Acufene

Acufene, un solo sintomo diverse terapie: l’approccio multidisciplinare

Il sintomo acufene è difficile da studiare e dunque da trattare poiché a determinarlo può essere una o più cause. Dunque, per risolvere il disturbo bisogna indagare le singole cause e trattarle contemporaneamente per ottenere risultati soddisfacenti e il miglioramento della qualità della vita del paziente. L’acufene è un sintomo invalidante, che azzera la qualità di vita del paziente che diviene spesso depresso, insonne, irrequieto, con tendenza a non vivere la vita sociale, con tendenza ad isolarsi per ricercare erroneamente il silenzio, con scarsa capacità di concentrazione, con scarsa voglia di vivere la famiglia e l’ambiente lavorativo, con tendenza a gesti irreparabili: il paziente acufenico non vive più!

Proprio perché l’acufene è generato da più cause è necessario che il paziente, per ottenere risultati , si rivolga ad una equipe multidisciplinare.

Il Centro Siciliano Acufene si avvale di una equipe in cui lavorano a stretto contatto l’otorinolaringoiatra, l’audiologo, l’audioprotesista, l’ingegnere biomedico, lo psicoterapeuta, l’ortodontista, l’osteopata,il biologo nutrizionista, il radiologo, il neurochirurgo, il cardiologo, il reumatologo.

Il Csa nasce dieci anni addietro proprio per questo motivo, ossia prendersi carico del paziente acufenico, che verrà seguito a ruota da tutti questi specialisti, dal momento in cui arriva alla nostra osservazione per formulare una diagnosi corretta, senza margine di errore, sino all’indicazione del trattamento mirato per ciascun paziente, ma anche successivamente nel tempo. Non si può trattare l’acufene se non in una equipe multidisciplinare poiché solo l’otorinolaringoiatra potrebbe diagnosticare patologie dell’orecchio e non cranio-mandibolari, nutrizionali, neurochirurgiche, vascolari, cardiologiche, psicologiche etc. Ancora peggio gli audioprotesisti, che possono vendere protesi acustiche, non possono prescrive farmaci o esami diagnostici e quindi non possono trattare l’acufene, tra l’altro l’acufene non si tratta con protesi acustiche. Per essere vincenti bisogna creare una equipe multidisciplinare, i cui medici specialisti lavorino a strettissimo contatto in una unica struttura, senza fare impazzire il paziente facendolo girare nei vari studi medici o ambulatori medici.

L’equipe del Csa lavorando a stretto contatto, dopo aver preso in carico il paziente, studia ogni singolo caso, esegue settimanalmente dei briefing in modo da progettare una diagnostica strumentale corretta ma soprattutto un trattamento mirato per ciascun paziente.

Il paziente che perviene al Csa verrà subito visitato dall’otorinolaringoiatra, dall’audiologo, e dall’audioprotesista, verrà sottoposto ad indagini strumentali di primo livello ossia esame audiometrico tonale e vocale, esame impedenzometrico, prove di funzionalità vestibolare, prove di funzionalità cranio-cervico-mandibolare, otomicroscopia, endoscopica delle alte vie respiratorie, compilazione del THI. Qualora il caso del paziente richiedesse esami audiologici di secondo livello si eseguiranno le otoemissioni acustiche, il potenziale evocato uditivo, il video Head Impulse Test.

Si studieranno i referti di questi esami e se necessario verranno prescritti esami mirati radiologici dell’orecchio e dell’encefalo, delle arterie e dei nervi, con indagini strumentali eseguiti con strumenti all’avanguardia. Qualora durante la visita, dopo aver raccolto la storia del paziente, si evincesse alterazioni del distretto cranio-mandibolare entrano in gioco l’ortodontista, il tecnico ortodontista e l’osteopata. Qualora si scopra che a generare l’acufene è una patologia autoimmunitaria, per esempio la fibromialgia, entra in gioco anche il nostro reumatologo e la nostra nutrizionista clinica. Qualora la causa è cardiologica ci affiancherà il nostro cardiologo e spesso il nostro neurochirurgo di riferimento poiché spesso si riscontrano cause neurovascolari che richiedono il trattamento sinergico di queste figure. Se durante la visita si diagnosticano malattie metaboliche oltre allo specialisti di riferimento in relazione alla patologia diagnosticata entrerà in gioco in maniera importantissima il lavoro della biologa nutrizionista. La psicoterapeuta è la figura cardine del CSA sia in ambito diagnostico ma soprattutto terapeutico affiancando ciascun specialista della equipe nei casi in cui vi è la necessità.

I trattamenti sono molteplici e vengono adeguati alle necessità del singolo paziente.

I protocolli messi in atto dal Csa sono frutto di studi scientifici ultimati o ancora in atto, condivisi con aziende farmaceutiche soprattutto locali, centri radiologici, officine ortodontiche, laboratori di analisi biochimiche scelti per essere eccellenze territoriali. I trattamenti non sono standardizzati dunque, ma variano da caso a caso: sono, come diciamo spesso, vestiti sartoriali cuciti su misura per ciascun paziente. Vi sono tantissimi protocolli farmacologici, trattamenti riabilitativi sonori dal semplice mascheramento alla terapia sonora per eccellenza TRT che bisogna saper eseguire con accuratezza, trattamenti riabilitativi cranio-cervico-mandibolari, trattamenti riabilitativi psicoterapeutici, trattamenti nutrizionali, trattamenti chirurgici qualora la causa responsabile dell’acufene si può risolvere solo con la chirurgia.

Il Csa da oltre dieci anni continua a studiare e a produrre seri protocolli per garantire al paziente soluzioni sempre più innovative, risolutive, non invasive, moderne e all’avanguardia.

Tutto ciò si può fare solo con tanto dispendio di energie, con studio continuo e con tantissimo amore per il proprio lavoro a discapito della propria vita.

Il Csa ha messo nero su bianco parte del percorso fatto in dieci anni nel libro “Acufene, quel maledetto fischio”, e a settembre depositerà un brevetto ortodontico che sarà utile per quei pazienti con acufene e disfunzione dell’articolazione temporo-mandibolare. Tante e numerose sono le novità che pian piano vi faremo conoscere. Oggi l’acufene con costanza e seguendo il giusto percorso diagnostico-terapeutico si può trattare!

Fibromialgia

Fibromialgia e acufene: nuovo protocollo per trattare dolori muscoloscheletrici, disturbi uditivi e vertigini

La fibromialgia, spesso definita sindrome fibromialgica, è una patologia caratterizzata da dolore muscolare cronico e trattandosi di una malattia reumatica provoca un aumento della tensione muscolare di tutti i muscoli del corpo. I dolori sono localizzati solitamente al collo, alle spalle, alla schiena e alle gambe e si accompagnano alla rigidità, alla limitata mobilità e alla sensazione di gonfiore delle articolazioni. La costante tensione muscolare determina la stanchezza cronica caratteristica dei pazienti fibromialgici. Altri sintomi caratteristici della fibromialgia sono i dolori ai tendini, i disturbi del sonno, la cefalea, e i disturbi del tono dell’umore.

La fibromialgia è quindi una malattia cronica complessa definita dall’American College of Rheumatology come «una condizione di dolore cronico diffuso con caratteristici ‘tender points’ (punti dolenti alla pressione) all’esame fisico, spesso associata con una varietà di sintomi o disfunzioni».

Il gruppo italiano di studio sulla fibromialgia ha invece definito questa malattia: «una sindrome da sensibilizzazione centrale, caratterizzata da disfunzione dei neurocircuiti, che coinvolgono la percezione, la trasmissione e la processazione degli stimoli nocicettivi afferenti, con la prevalente manifestazione di dolore a livello dell’apparato locomotore». Il dolore che affligge i pazienti affetti da fibromialgia è cronico e diffuso, non presentando una particolare distribuzione anatomica viene spesso descritto dal paziente come dolore pungente, lancinante o urente ma sempre di “tipo muscolare“. La sintomatologia dolorosa viene accentuata dal freddo, dalla umidità, dallo stress, da periodi di inattività o da sovraccarico funzionale, da ansia o da fattori ormonali. Ad oggi le cause di questa sindrome non sono del tutto chiare e altrettanto incerti i suoi meccanismi. Moltissimi studi scientifici volti a capire le cause della malattia documentano numerose alterazioni dei neurotrasmettitori a livello del sistema nervoso centrale, cioè di quelle sostanze di fondamentale importanza nella comunicazione tra le cellule nervose.

Le due caratteristiche principali della fibromialgia sono infatti la iperalgesia e la allodinia.

Per iperalgesia si intende la percezione di dolore molto intenso in risposta a stimoli dolorosi lievi, mentre per allodinia si intende la percezione di dolore in risposta a stimoli che normalmente non sono dolorosi. Uno degli effetti della disfunzione dei neurotrasmettitori è la iperattività del Sistema Nervoso Neurovegetativo che comporta un deficit di irrorazione sanguigna a livello muscolare, con insorgenza di dolore, astenia e tensione. Nel 75% dei pazienti affetti da fibromialgia vi è l’astenia, la sensazione di stanchezza cronica, spesso presente maggiormente al risveglio poiché correlata ad un sonno non ristoratore, ad un sonno alterato in termini di qualità e quantità. Le alterazioni del sonno creano un circolo vizioso, in quanto accentuano il dolore e influiscono sull’umore, che a loro volta contribuiscono a disturbare il sonno. Anche le parestesie, sensazione di formicolio e intorpidimento degli arti, sono caratteristici della fibromialgia così come i crampi muscolari, le fascicolazioni, i tremori palpebrali, il rallentamento dei gesti, la difficoltà di concentrazione, la confusione mentale, la difficoltà nello scrivere, nel parlare e nel leggere. Non di raro riscontro è la sindrome algico-disfunzionale dell’articolazione temporo-mandibolare, il dolore si accentua in questo caso con i movimenti della bocca. Oltre ad altre disfunzioni presenti come la Sindrome del colon irritabile, la Sindrome delle gambe senza riposo, disfunzioni interessanti l’apparato genito-urinario, disfunzioni sessuali, disfunzione della sfera affettiva.

Il paziente affetto da fibromialgia riferisce frequentemente  anche vertigine ed acufene.

Caratteristici il senso di instabilità, di sbandamento, vere e proprie vertigini spesso ad andamento cronico e che vengono spesso imputate all’artrosi cervicale o a problemi dell’orecchio. Poiché la fibromialgia coinvolge anche i muscoli oculari e pupillari, i pazienti possono presentare nausea e visione sfocata. Gli acufeni, definiti da questi pazienti come fischi o vibrazioni nelle orecchie, rumori che risuonano nella testa, possono essere originati da spasmi dei muscoli tensivi del timpano. I pazienti affetti da fibromialgia presentano la sensazione di orecchio tappato, la presenza di uno o più suoni che si alternano e/o si modificano durante la giornata soprattutto durante la masticazione.

L’acufene è un sintomo invalidante ma nei pazienti con fibromialgia lo diventa ancora di più.

Il rumore continuo e ossessionante, che risuona nella testa, viene amplificato nei pazienti che già presentano alterazioni del tono dell’umore, frequentemente ansiosi e depressi, scarsa capacità di concentrazione, disfunzioni varie e continui stimoli dolorosi che acuiscono l’intensità dell’acufene stesso. I pazienti descrivono anche delle sensazioni di tintinnio, talvolta di prurito e di diminuzione dell’acuità uditiva. Gli acufeni nei pazienti affetti da fibromialgia possono essere originati da spasmi dei muscoli tensori del timpano ma vi sono delle teorie a favore di alterazioni dei meccanismi nella modalità di elaborazione dello stimolo uditivo e del rumore a livello del sistema nervoso centrale,fenomeno analogo a quanto avviene in tali pazienti nel caso della riduzione della soglia di sopportazione del dolore. È interessante capire come la variabile “rumore” possa divenire, nei pazienti affetti da fibromialgia, un elemento ancora più invalidante rispetto ai pazienti che riferiscono acufene ma non affetti da fibromialgia. Tutto ciò è facilmente spiegabile considerando che quasi la totalità dei pazienti fibromialgici presentano disturbi del sonno responsabili della stanchezza e del rafforzamento dei dolori. Una buona gestione dei disturbi del sonno può aiutare a controllare il dolore, ed un buon controllo del dolore può migliorare la qualità del sonno. È ben comprensibile dunque che la variabile “rumore”, intesa sia come rumore ambientale sia come rumore soggettivo o acufene, rappresenti un elemento che disturba ulteriormente il sonno e il riposo. I pazienti con fibromialgia riferiscono, infatti, difficoltà nell’addormentarsi e continui risvegli notturni, la fase profonda del sonno è quindi spesso disturbata. Solitamente la persona al risveglio si sente ancora affaticata come se non avesse dormito.

La ricerca ha evidenziato che l’interruzione della fase profonda del sonno possa alterare importanti funzioni del corpo e la percezione del dolore.

La mancanza di sonno profondo, fase nella quale i muscoli si rilassano e recuperano la stanchezza accumulata durante il giorno, spiega molti dei sintomi della fibromialgia, e il rafforzamento dei dolori. Bisogna soprattutto in questi casi controllare e gestire il più possibile la componente rumorosa, l’acufene per consentire al paziente fibromialgico di curarsi e di non aggravare una condizione già difficile. Fino ad una decina di anni addietro la fibromialgia non veniva diagnosticata e quindi trattata poiché considerata una patologia psicogena e quindi difficilmente curabile. Negli ultimi anni le cose sono radicalmente cambiate sia in ambito diagnostico sia in ambito terapeutico. La diagnosi, può essere formulata sia con i vecchi criteri classificativi del 1990, che richiedono la presenza di dolore muscoloscheletrico diffuso da almeno 3 mesi e la positività di almeno 11 trigger points sui 18 previsti, sia con i più recenti criteri diagnostici, formulati dall’ACR nel 2010, in cui, oltre al dolore cronico diffuso, viene attribuita maggiore importanza ai sintomi extra-scheletrici. Oggi la fibromialgia si può curare grazie alla scoperta dei meccanismi responsabili della malattia, si possono infatti utilizzare farmaci in grado di correggere i deficit riscontrati, in particolare il deficit di serotonina.

Il programma terapeutico non può però tenere in considerazione solo il sintomo cardine, ossia il dolore muscolo-scheletrico, poiché nella maggior parte dei casi i sintomi extrascheletrici come l’alterazione del sonno e l’astenia possono rappresentare, più del dolore, la causa del peggioramento della qualità della vita.

Spesso dunque vengono prescritti sedativi-ipnotici, ansiolitici e antidepressivi. Molti antidepressivi inducono acufene e le benzodiazepine inducono farmacodipendenza fisica e psicologica oltre a manifestazioni di astinenza successive alla sospensione del farmaco che aggravano l’acufene. L’uso di questi farmaci dovrebbe dunque essere limitato nel tempo in quanto rallentano la plasticità cerebrale e quindi l’adattamento alla percezione dell’acufene. Il Centro Siciliano Acufene ha avviato una collaborazione con medici reumatologi autorevoli al fine di programmare una terapia farmacologica integrata efficace che non determini effetti collaterali come gli antidepressivi o i sedativi-ipnotici. A tal proposito il Csa propone un approccio terapeutico combinato ai problemi “mente-corpo”, ossia una terapia farmacologia associata ad una psicoterapia e ad un adeguato esercizio fisico per ottenere un effetto sinergico.

Il CSA è una realtà multidisciplinare per la diagnosi, la riabilitazione e il trattamento dell’acufene, e nel caso dei pazienti affetti da fibromialgia con dolori muscoloscheletrici, ansia, insonnia che presentano anche acufene ha messo in atto un protocollo terapeutico che prevede un approccio psicoterapeutico.

In particolare fa ricorso alla terapia cognitivo-comportamentale considerata la base del trattamento del dolore, dello stress e dell’acufene. Gli interventi della terapia cognitivo-comportamentale, brillantemente eseguita dalla nostra psicoterapeuta, comprendono il training cognitivo di adattamento alla malattia ( tecniche di rilassamento, tecniche di risoluzione dei problemi, etc), tecniche comportamentali di adattamento,strategie per la promozione del supporto sociale, l’aiuto ai pazienti ad apprendere e a monitorare l’interazione tra pensieri, sintomi, sentimenti.

In associazione alla terapia cognitivo-comportamentale, il Csa prevede sinergicamente dei trattamenti osteopatici miorilassanti, atti ad eliminare le contratture muscolari e una terapia farmacologica.

Grazie alla collaborazione con una azienda farmaceutica locale impegnata nella ricerca scientifica il protocollo del Csa prevede la prescrizione di un medicamento composto da Passiflora incarnata L., Avena sativa L.,Crataegus oxyacantha L., Griffonia simplicifolia (DC) baill.,Vit B12, Vit.B6, Vit.B5, Zinco. Tale medicamento si è mostrato utile a facilitare il rilassamento in caso di stress fisico e mentale, a contribuire a ridurre i distrurbi dell’umore, ma la cosa più importante è che si è dimostrato utilissimo a diminuire l’insonnia con conseguenze sul controllo del sintomo acufene. Anche nel caso di pazienti che riferiscono acufene affetti da fibromialgia il CSA ha mostrato particolare interesse e sensibilità intraprendendo collaborazioni multispecialistiche e scientifiche impiegando energie per cercare soluzioni, scoprire e mettere in campo nuove soluzioni, incidendo positivamente sullo stato di questa malattia e per migliorare la qualità della vita dei pazienti fibromialgici che prevengono alla nostra osservazione per acufene e/o vertigini.

Nuovo protocollo farmacologico per acufene Csa Nuova Farmaceutica

Supplementazione magnesio e condroitina solsfato: nuovo protocollo farmacologico per l’acufene

Il Centro Siciliano Acufene, in collaborazione sinergica con la azienda farmaceutica siciliana Nuova Farmaceutica pongono particolare interesse nella diagnosi e cura delle modificazioni della funzionalità dell’articolazione temporo-mandibolare generanti l’acufene. La Nuova Farmaceutica nasce nel 1996, in provincia di Catania, per cui è una grande e soddisfacente realtà tutta siciliana, con l’obiettivo di formulare presidi medici e prodotti nutraceutici, a supporto di patologie conclamate e croniche, e produrli con alti standard qualitativi, propri del farmaco etico.

Alterazioni e problemi dell’articolazione tra mandibola e cranio, in particolare articolazione temporo-mandibolare o ATM, possono in alcuni casi causare la percezione dell’acufene o amplificarne l’intensità.

Alcune componenti dell’orecchio medio hanno un’origine comune con la mandibola e l’ATM, quindi sono funzionalmente collegati anche alla muscolatura masticatoria e mimica. Anatomicamente l’ATM è posizionata bilateralmente e medialmente al meato acustico esterno e articola l’osso mandibolare con l’osso temporale, in particolare connette il condilo mandibolare con la fossa mandibolare del temporale interponendo fra loro un disco fibrocartilagineo.

Articolazione Temporo Mandibolare

L’ATM svolge la funzione di articolare il movimento complesso della mandibola nei tre piani dello spazio, fondamentali per la masticazione e la fonazione, influisce inoltre sull’assetto della colonna vertebrale, sul funzionamento della muscolatura cervicale e dorsale arrivando a condizionare le curvature della colonna vertebrale e di conseguenza la postura e l’equilibrio.

Sembra che la principale causa di “acufene non uditivo” sia appunto la modificazione della funzionalità dell’ATM.

Le disfunzioni cranio-mandibolari sono un gruppo di condizioni, di segni e sintomi, molto spesso dolorosi che colpiscono uno o più componenti dell’apparato masticatorio, ossia l’articolazione temporo-mandibolare (ATM), i muscoli della masticazione, i denti e le loro strutture di sostegno. I disordini dell’ATM sono responsabili di una varietà di sintomi, il sintomo più frequente è il dolore dei muscoli masticatori e dell’articolazione in questione. Altri sintomi possibili sono: la tensione muscolare alla mandibola, dolore all’orecchio o otalgia riferita che si irradia al volto, difficoltà ad aprire la bocca, episodi di mandibola bloccata, “clicks” od altri rumori articolari aprendo o chiudendo la bocca, dolore durante la masticazione, nello sbadigliare, nel tentativo di aprire molto la bocca, non riuscire più a chiudere i denti nella posizione abituale oppure chiuderli in posizione diversa di volta in volta, cefalea e dolori al collo, vertigini, problemi di udito e acufene.

La vertigine, i problemi di udito e gli acufeni sono determinati da una sovrastimolazione del muscolo del martello,durate la anomala funzionalità dell’ATM, che determinerebbe un’eccessiva suscettibilità dell’orecchio interno.

Quando viene meno la corretta relazione tra arcata dentaria superiore e inferiore, si creano squilibri di forza durante la masticazione che compromettono la stabilità dell’ATM. Questo squilibrio si trasmette alla muscolatura cervicale, che assume contratture patologiche che secondo la teoria” somatosensoriale” possono innescare acufeni.

Difficilmente è possibile determinare l’esatta causa dei disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare, ma si ritiene che un fattore importante il sovraccarico di lavoro a cui i muscoli masticatori sono sottoposti.

Contrazioni prolungate dei muscoli masticatori, in alcune situazioni fisiche e mentali stressanti, possono determinare tensioni muscolari e spasmi, che dando origine ad un circolo vizioso, se non accuratamente interrotto, può generare un disturbo cronico. Altri fattori aggravanti possono essere digrignamento e serramento dei denti o bruxismo, traumi, artriti, malocclusioni dentali , asimmetrie, ed altri problemi dentali od una associazione di più fattori. Per alleviare i dolori muscolari e il gonfiore si possono prescrivere farmaci anti-infiammatori non steroidei, Fans, rilassanti muscolari (per rilassare i muscoli della mascella), ed infine anche ansiolitici e antidepressivi per contribuire ad alleviare lo stress che a volte può aggravare i disordini dell’ATM. La terapia in ogni caso non risulta risolutiva ed è gravata dalla comparsa di numerosi e pesanti effetti collaterali che, nel tempo, possono sfiduciare il paziente e la sua aderenza alla terapia.

Diversi studi scientifici, che il Csa e la Nuova Farmaceutica hanno preso in considerazione, dimostrano come una supplementazione di magnesio possa migliorare i sintomi in pazienti affetti da disordini dell’articolazione temporo-mandibolare.

Il magnesio aiuta ad alleviare crampi e tensioni muscolari, quindi la sua assunzione favorisce il rilassamento dei tendini e dei muscoli intorno alla mascella, della testa e del collo, che sono proprio quelli coinvolti nei disordini di questo tipo, alleviando contestualmente i sintomi di irritabilità ed ansia che possono contribuire ad acuire la sintomatologia associata a questo tipo di disordini.

Anche lo status vitaminico del paziente assume un ruolo importante nella profilassi e nel trattamento dei disturbi a carico dell’ATM.

In particolare, la carenza di Vitamine del Gruppo B può causare affaticamento e promuovere lo stress, peggiorando la sintomatologia dei soggetti affetti da disordini dell’articolazione temporo-mandibolare. Quindi elevati livelli di stress, possono causare una deplezione dei livelli ematici di vitamine del Gruppo B che a loro volta accentuano ancora di più lo stress instaurando un circolo vizioso. Altra importante considerazione riguarda la vitamina D3 che svolge un ruolo fondamentale nel garantire la salute ottimale delle ossa e dei muscoli,coinvolti nella patologia dell’ATM.

A tal proposito la Nuova Farmaceutica,in sinergia con il CSA, dopo un attento studio,in ambito farmacologico e fisiopatologico, e valutazione di alcuni pazienti acufenici, ha prodotto un multivitaminico completo garantendo dosaggi alti, sempre entro il range di dosaggio massimo che il paziente può assumere durante il giorno per ciascuna vitamina.

Questo particolare multivitaminico,prodotto con particolare attenzione integrando il Magnesio, la vitamina D3 e il gruppo della vitamina B, oltre a tutte le altre vitamine (Ferro, Zinco, Acido Folico, Vit.PP), ha garantito dei buoni risultati non solo in ambito otoiatrico, quindi per l’acufene e i disturbi dell’udito, ma anche per altre patologie di pertinenza dell’otorinolaringoiatra.
Il multivitaminico prodotto per trattare questi disturbi viene prescritto dal CSA in associazione ad un integratore contenente N-Acetil-D-Glucosamina e condroitin solfato, anche quest’ultimo prodotto dalla Nuova Farmaceutica, dopo aver studiato accuratamente la farmacologia, la struttura ossea e cartilaginea e la fisiopatologia.

Diverse cause possono determinare le alterazioni dell’ATM, una su tutte l’osteoartrosi, in quest’ultimo caso ma in tutte le patologie che determinano alterazioni dell’ATM la supplementazione di integratori a base di N-Acetil-D-Glucosamina (NAG) e Condroitin solfato sono di notevole aiuto. La N-Acetil-D-Glucosamina (NAG) è precursore della sintesi dei Glicosaminoglicani, i principali costituenti della cartilagine articolare. Le quantità di Glucosamina prodotte dal nostro organismo con l’invecchiamento diminuiscono. Molti studi scientifici hanno dimostrato la capacità della N-Acetil-D-Glucosamina di prevenire il deterioramento delle strutture articolari, di ripristinare la matrice cartilaginea danneggiata dal processo artrosico e di esercitare anche una discreta attività antinfiammatoria. Inoltre, l’acetilazione della Glucosamina stimola in maniera diretta la sintesi di Acido ialuronico, e non inibisce la sintesi di Glucosamina endogena. Il Condroitin solfato rappresenta il maggiore responsabile della resistenza alla compressione, svolge azione antinfiammatoria, stimola la sintesi di Proteoglicani e Acido ialuronico, diminuisce l’attività erosiva delle MMPs e inibisce la morte dei condrociti articolari.

La combinazione Condroitin Solfato e Glucosamina determina sollievo dal dolore e migliora la funzionalità dell’ATM.

I benefici derivanti da una terapia di associazione aumentano nel momento in cui, alla N-Acetil-D-Glucosamina e al Condroitin solfato, si abbinano principi attivi, come il Metilsulfonilmetano,che in sinergia tra loro, sono in grado di migliorare tanto l’azione trofica a carico della cartilagine articolare, quanto l’azione antidolorifica. Il Metilsulfonilmetano rappresenta la forma naturale dello zolfo organico, responsabile della azione protettiva sulla cartilagine essendo implicato nella sintesi del collagene. Oltre al suo ruolo protettivo nei confronti del tessuto cartilagineo, il Metilsulfonilmetano presenta anche una discreta azione antinfiammatoria. I pazienti affetti da alterazione dell’ATM inoltre traggono giovamento anche da un’integrazione di Vitamina C e Silice, entrambi cofattori indispensabili per la sintesi del Collagene,elemento costitutivo più abbondanti della cartilagine articolare.

Quindi ancora una volta il CSA in sinergia con Nuova Farmaceutica ha messo a punto un protocollo integrato che prevede l’assunzione di alcune vitamine, che svolgono un ruolo importante nelle alterazioni dell’ATM, e di sostanze che svolgono azione protettiva e antinfiammatoria a livello della cartilagine.

Amalgama dentaria mercurio

Acufene di origine tossica: amalgama dentaria e intossicazione cronica

Il mercurio è l’unico metallo comune che è liquido a temperature ordinaria. Esso è qualche volta chiamato argento rapido. È un metallo liquido pesante, di colore bianco-argenteo. È un conduttore di calore piuttosto povero se confrontato con altri metalli ma è un buon conduttore di elettricità. Si unisce facilmente in leghe con molti metalli, come oro, argento e stagno. Queste leghe sono denominate amalgami.

Il metallo mercurio ha molti usi. Grazie alla sua elevata densità è usato in barometri e manometri. È estesamente usato in termometri, grazie al suo alto tasso di espansione termica che è abbastanza costante in un’ampia fascia di temperature. La sua facilità nell’amalgamarsi con l’oro è sfruttata nel recupero di oro dai suoi minerali. Il mercurio è usato anche in certi ingranaggi elettrici, come gli interruttori ed i raddrizzatori, che devono essere affidabili, e per la catalisi industriale. Molto meno mercurio è oggi usato nelle batterie per l’illuminazione fluorescente, ma non è stato ancora interamente eliminato.

I composti del mercurio sono utilizzati come insetticida, veleno per i topi, disinfettate, unguenti per la pelle (ossido di mercurio), come catalizzatore in chimica organica (solfato di mercurio). Si trova libero in natura soprattutto nelle miniere del cinabro dell’Italia e della Spagna. Nell’ambiente può essere trovato in forma metallica, sotto forma di sali di mercurio o in composti organici del mercurio.

Entra nell’ambiente come risultato della naturale rottura dei minerali in rocce e del terreno attraverso esposizione a vento e ad acqua. La concentrazione di mercurio nell’ambiente oggi sta aumentando per l’attività umana che scarica il mercurio nell’aria attraverso il combustibile fossile, l’estrazione mineraria, la fusione e la combustione dei rifiuti solidi. Alcune forme di attività umana scaricano mercurio direttamente nel terreno o nell’acqua, per esempio l’applicazione dei fertilizzanti agricoli e lo scarico di acque reflue industriali. Tutto il mercurio che è liberato nell’ambiente finisce nel terreno o nelle acque superficiali e può diffondersi negli alimenti, in quanto disperso, all’interno del ciclo alimentare, da organismi più piccoli che sono consumati dagli esseri umani, per esempio attraverso i pesci.

La concentrazione di mercurio nei pesci solitamente supera notevolmente la concentrazione nell’acqua in cui vivono. Anche i prodotti di allevamento del bestiame possono contenere elevate quantità di mercurio. Il mercurio non è solitamente trovato nei prodotti vegetali, ma può entrare nell’organismo attraverso le verdure ed altri raccolti, quando in agricoltura vengono spruzzati prodotti contenenti mercurio.

Il mercurio metallico è usato in diversi prodotti domestici, quali barometri, termometri e lampadine fluorescenti, ma in questi dispositivi è intrappolato e solitamente non causa alcuni problemi di salute. Se un termometro si dovesse rompere si è soggetti ad un’esposizione significativamente alta al metallo attraverso la respirazione per un breve periodo di tempo mentre si vaporizza e ció può avere effetti nocivi all’organismo.

L’amalgama dentale o amalgama d’argento è un materiale composito a matrice metallica usato in odontoiatria conservativa per otturazioni e ricostruzioni dirette. Gli elementi presenti nella sua composizione sono mercurio (45-50%) argento (22-32%), stagno (11-14%), rame (6-9%), zinco (2%). Nel linguaggio comune le otturazioni ottenute con questo materiale venivano frequentemente chiamate piombature, nonostante la totale assenza di piombo.

Rimasto per molto tempo il materiale più utilizzato in odontoiatria restaurativa, negli ultimi decenni il suo uso è andato gradualmente declinando principalmente per ragioni estetiche, per la disponibilità di materiali alternativi, per l’inquinamento ambientale, e per alcuni timori legati a possibili problemi per la salute del paziente.

L’amalgama dentale, ossia l’otturazione di vecchia concezione in “metallo”, è uno dei temi più controversi in odontoiatria. Nella comunità scientifica ci sono due schieramenti relativi all’amalgama; entrambi, sia gli oppositori che i sostenitori, concordano sui seguenti punti:

  • il mercurio è tossico;
  • il mercurio è rilasciato dalle otturazioni dentali di amalgama;
  • la quantità di mercurio rilasciato è solo molto piccola, ma costante;

La controversia sta nel capire se la quantità di mercurio rilasciata dall’amalgama è così piccola che non può essere clinicamente significativa oppure se è sufficiente in alcuni casi a produrre sintomi.

Noi del CSA abbiamo già osservato alcuni pazienti acufenici ed ipoacusici che presentavano amalgama, abbiano prescritto loro un prelievo ematico per la concentrazione di mercurio nel sangue, prima della rimozione della amalgama, e lo ripeteremo dopo sei mesi dalla rimozione di quest’ultima.

Tutto ciò perché ci siamo confrontati tra noi specialisti del CSA e dopo aver valutato tutti gli studi scientifici nazionali ed internazionali, molti dei quali evidenziano la correlazione tossica tra mercurio e acufene o ipoacusia, riteniamo indispensabile studiare la eventuale correlazione, progettare un protocollo per titolare in maniera precisa la concentrazione di mercurio nel corpo e provvedere comunque alla rimozione della amalgama nei pazienti acufenici. Dopo sei mesi ripeteremo il prelievo del sangue per valutare la variazione della concentrazione del metallo, e se troppo alta intraprenderemo un trattamento farmacologico chelante, anticipato da un trattamento nutrizionale di preparazione dello stato di salute dell’intestino e del fegato,che rappresentano sistemi di detossinazione in grado di gestire nel miglior modo possibile l’eliminazione del mercurio.

Il protocollo nei pazienti con acufene che posseggono amalgama prevede, ovviamente e come da prassi, la visita otorinolaringoiatrica ed audiologica con esecuzione di tutti gli esami audiologici di primo livello, la visita ortodontica ed osteopatica, e qualora il paziente possedesse l’amalgama la prescrizione del prelievo per la concentrazione di mercurio nel corpo o mercuremia attraverso un banalissimo prelievo del sangue. Qualora il valore dovesse risultare alto si procederà ad eseguire un secondo prelievo ematologico definito TEST DI TRASFORMAZIONE LINFOCITARIA O LTT.

Anche questo prelievo si esegue di routine ma richiede l’utilizzo di provette particolari in quanto è un test altamente sensibile e specifico, che ci permette di capire se vi è stato un coinvolgimento linfocitario, e quindi la produzione di Anticorpi, durante la presenza dell’amalgama e dopo l’asportazione di quest’ultima. Questo prelievo verrà eseguito dalla Dr.ssa Luisa Russo patologa clinica del Centro Analisi Biomediche di Taormina sotto nostra indicazione e facente parte del team del protocollo che attueremo. Un altro aspetto fondamentale è l’aspetto nutrizionale che verrà seguito dalla Dr.ssa Maria Teresa D’Agostino biologa-nutrizionista clinica del CSA, la quale dovrà valutare anche l’aspetto di accumulo del mercurio derivante dall’alimentazione (soprattutto per i pazienti delle isole che si alimentano con molto pesce) e dovrà eventualmente prescrive una dieta di preparazione dello stato di salute dell’intestino e del fegato, che sono organi di detossinazione, prima di sottoporre il paziente alla terapia farmacologica chelante.

Recenti studi mostrano che le otturazioni effettuate in amalgama, le quali contengo il 50% di mercurio, rilasciano continuamente piccolissime concentrazioni di tale sostanza, che si accumula nei tessuti del nostro corpo e possono essere causa di intossicazioni cronica.

Il rilascio di vapori di mercurio all’interno del cavo orale è ampiamente dimostrato a livello clinico ed è possibile ottenere, come abbiamo descritto, precise misurazioni di concentrazione nei soggetti portatori di otturazioni in amalgama. Alcuni studi hanno dimostrato concentrazioni basali almeno triple nell’aria respirata e aumenti repentini nell’emissione di mercurio durante la masticazione nei pazienti con otturazioni in amalgama.

È fondamentale sapere che la rimozione delle amalgame deve essere praticata però con estrema cura allo scopo di proteggere la salute del paziente e degli operatori. La rimozione dell’amalgama deve essere quindi effettuata da professionisti altamente preparati, il CSA si avvale della competenza e professionalità della Dr.ssa Cristina Vitale odontoiatria specialista in ortognatodonzia, che mette in atto un protocollo rigido per l’estrazione del metallo, in particolare: isola il campo operatorio con la diga di gomma (protezione delle vie digestive ed aeree). Utilizza la mascherina e la fa indossare al paziente e all’assiste per evitare inalazioni di vapori. Utilizza la doppia aspirazione e abbondantissima irrigazione d’acqua. Mette in atto la profilassi nei giorni precedenti e successivi alla rimozione dell’amalgama. Ma soprattutto mette in atto la massima accuratezza e precisione manuale acquisita in tantissimi anni per evitare che frammenti di amalgama vengano ingeriti o aspirati.

L’Accademia Internazionale di Odontoiatria Biologica afferma, dopo aver condotto numerosissimi studi scientifici pubblicati su riviste mediche nazionali ed internazionali, che il 2,5% della popolazione può sviluppare allergia al mercurio ed altrettanto vero è che il 100% delle persone è più o meno intollerante verso quella che è la sostanza più tossica, diffusa e inquinante presente in natura. L’intossicazione da mercurio non è infatti dose-dipendente e il nostro organismo non ha una soglia di tollerabilità per cui il danno, anche se nascosto, c’è sempre.

il mercurio che evapora dalle otturazioni in amalgama, e che viene assorbito per l’80% attraverso il sangue del circolo polmonare,è in forma metallica non ionizzata, cioè HgO. In questo stato di vapore la sua diffusibilità è altissima. Il passaggio alla forma ionica avviene non nel sangue ma all’interno delle cellule dalle quali è poi difficilissimo ottenere il dissequestro. La quasi totalità del mercurio si deposita nei tessuti nell’arco di minuti e solo il metilmercurio (forma organica presente soprattutto nei pesci) ha un’emivita di circa quindici giorni.

Anche la mancata escrezione nelle urine è indice diagnostico e prognostico negativo perché dimostra l’accumulo tissutale. Quindi i valori di concentrazione di mercurio al di sotto della norma stabilità dall’OMS presenti anche nei pazienti che posseggo numerose amalgama è spiegato da questo meccanismo di assorbimento ed accumulo e non dallo scarso rilascio di metallo da parte dell’amalgama stessa. L’accumulo tissutale viene evidenziato solo attraverso la mobilizzazione del mercurio con sostanze chelanti (EDTA, DMPS, DMSA) che, sole, sono in grado di rendere misurabile il mercurio nel sangue nelle urine poco dopo la loro somministrazione.

Continuando a mantenere in bocca l’amalgama si può incorre in:

  • Malattie Autoimmuni come le artriti, il morbo di Parkinson, Alzheimer, dolori e tremori muscolari, fibromialgia, sindrome da fatica cronica, morbo di Crohn, lupus, diabete.
  • Disordini Neurologici come neuropatie, parestesie, perdita di memoria, emicrania, vertigini.
  • Disturbi dell’Umore come ansia, depressione, insonnia, rabbia incontrollata, confusione.
  • Disfunzioni del Sistema Immunitario e Cancro, tra questi eccessiva sensibilità ai farmaci, eczema e psoriasi, tendenza a sviluppare infezioni, ma sono correlati alle amalgame al mercurio anche alcuni tipi di cancro, come ad esempio la leucemia.
  • Patologie Cardiovascolari come ipertensione, arteriosclerosi, aritmia e tachicardia.
  • Patologia della Digestione come malassorbimento dei minerali e blocco del normale processo enzimatico.
  • Oscillazioni Ormonali tra cui ipotiroidismo, tiroidite di Hashimoto, disordini della prostata e urinari.
  • Disturbi della Fertilità per riduzione della conta spermatica, infertilità, aborti ripetuti, problemi congeniti e disturbi cognitivi nell’età evolutiva.
  • Fastidi in bocca, infatti le amalgame possono generarne alitosi, lichen orale, acidosi orale, dolore e bruciore della lingua e del cavo orale.
  • Disturbi della Vista e dell’UDITO come ACUFENE E PERDITA DI UDITO O IPOACUSIA,infiammazione oculare, miopia, degenerazione maculare, cataratta, astigmatismo, irite, daltonismo e altri disturbi della vista.

L’ultimo passaggio, qualora sia necessario, è quello della terapia chelante a basso dosaggio con farmaci chelanti specifici in modo da andare a prelevare il mercurio all’interno dei tessuti dove va a nascondersi.

Quindi da oggi il CSA metterà in atto una ulteriore accortezza nel trattamento dei pazienti con acufene continuando ad essere impegnato in ambito scientifico per garantire sempre nuovi protocolli in ambito terapeutico e riabilitativo.

Acufene pulsante: il Centro siciliano acufene protagonista ancora una volta

L’acufene pulsante è definito come occasionale percezione del proprio battito cardiaco nell’orecchio, ed è un acufene oggettivo in quanto il rumore realmente prodotto dal passaggio del sangue nei vasi sanguigni (arterie carotidi) è auscultabile dal medico mediante il fonendoscopio appoggiato sul collo nella zona di passaggio di vasi sanguigni in prossimità dell’orecchio.
L’acufene pulsante può essere causato:

  • da un cambiamento del flusso sanguigno dei vasi sanguigni vicini all’orecchio dovuto ad esempio ad una ostruzione o ad un eccessivo slargamento di un vaso, situazione che costringe i vasi vicini ad un sovraccarico che genera rumore;
  • da formazione di turbolenze all’interno del vaso divenuto irregolare per indurimento delle pareti endoteliali consequenziali ad aterosclerosi;
  • da fattori posturali del collo che determinano compressione di alcuni vasi del collo.

L’acufene pulsante può avvenire anche in assenza di turbolenze od ostruzioni per:

  • perdita uditiva di tipo trasmissivo causata da un aumento della risonanza della cavità timpanica (otite catarrale, otite cronica, restringimento tubarico, etc);
  • aumento della sensibilità delle vie uditive che può, come nell’iperacusia, innescare un meccanismo di attenzione in cui il segnale normale di pulsazione viene interpretato come un segnale di allarme ed essere aumentato proprio dall’attenzione selettiva che vi si va a focalizzare. È un’evenienza frequente in soggetti con stati di ansia;
  • disfunzioni dell’ATM o articolazione timpano-mandibolare.

Regola essenziale è che bisogna prestare più attenzione agli acufeni pulsanti monolaterali rispetto a quelli bilaterali. Le cause possono essere in questi casi vasculo-tumorali, congenite o acquisite per presenza di fistole arterio-venose, angiomi, glomo timpano-giugulare, paraganglioma, stenosi carotidee importanti e ipertensione arteriosa, correlate o meno ad ipercolesterolemia, valvulopatie cardiache.

La percezione di un rumore ritmico originato all’interno del corpo, ossia l’acufene pulsante, è un tipo di acufene raro che riguarda solo il 3% dei pazienti affetti da questo disturbo.

Spessissimo la percezione continua di questo rumore può provocare cefalee e stati d’ansia anche molto intensi. Il Centro Siciliano Acufene in collaborazione con una azienda farmaceutica siciliana, sono impegnati nello studio farmacologico di alcune sostanze naturali, che associate in un’unica capsula, presentano effetti simili a quelli indotti dalle benzodiazepine (ma non sono benzodiazepine e non presentano quindi lo stesso meccanismo d’azione).

La prescrizione di benzodiazepine e di antidepressivi nel trattamento del paziente acufenico è controindicato poiché inizialmente inducono un apparente miglioramento del sintomo invalidante, ma non appena finisce l’effetto il paziente avverte l’acufene molto più amplificato.

Ciò avviene per un meccanismo di tolleranza e dipendenza indotto da questi farmaci. In particolare la forma più lieve di astinenza è il “rebound” o contraccolpo. Il rebound comprende il ritorno dei sintomi originali che si ripresentano con intensità maggiore e l’insorgere di nuovi sintomi non precedentemente avvertiti dal paziente. Il rebound è più probabile quando s’interrompono le benzodiazepine ipnotiche, specialmente quelle a breve durata d’azione, anche dopo averle usate solo per pochi giorni. Quando finisce l’effetto di questi farmaci, dunque, il paziente per ottenere un sedicente e temporaneo miglioramento del sintomo ha necessità di assumere dosi sempre più alte di benzodiazepine o antidepressivi. Tutto ciò avviene perché la serotonina ormone del buonumore), i cui livelli vengono aumentati da tali farmaci, stimola in maniera abnorme alcuni neuroni fusiformi che si trovano nella regione del cervello (il nucleo cocleare dorsale) dove ha origine la sensazione dell’acufene. Molti studi dimostrano che questi neuroni diventano ipersensibili agli stimoli e «la loro attività schizza letteralmente alle stelle».

Anche in questo caso il Centro Siciliano Acufene ha ottenuto risultati eccellenti somministrando al paziente questa nuova formulazione farmacologica, maggiormente nei casi di acufene indotti o consequenziali, a stati di stress, ansia, traumi psicologici ma anche ad alcune patologie organiche specifiche.

Come sempre è fondamentale la formulazione della diagnosi mediante esami strumentali audiologici e radiologici mirati in modo da poter prescrivere una terapia mirata, che oltre ad essere farmacologica può essere associata a terapia riabilitativa sonora. Nel caso dell’acufene pulsante il Centro Siciliano Acufene si è dimostrato, ancora una volta, capace di trovare una soluzione specifica, garantendo buoni risultati e un miglioramento della qualità di vita del paziente. Il CSA è continuamente impegnato nella ricerca scientifica in collaborazione con aziende farmaceutiche serie che hanno a cuore la terapia, sempre più innovativa, per il trattamento dell’acufene. Vi aggiorneremo costantemente riguardo gli studi scientifici e i relativi risultati.

Video Head Impulse Testing

Capogiri, vertigini, acufene? È arrivato il Video Head Impulse Test

I capogiri sono la principale motivazione che spinge le persone a rivolgersi ad uno specialista in otorinolaringoiatria. Ma le cause che si nascondono dietro a un banale giramento di testa possono essere molteplici: dalle patologie vestibolari all’ipotensione ortostatica, dagli stati d’ansia alla perdita della sensibilità alle estremità inferiori.

Identificare capogiri dovuti a patologie vestibolari non è sempre facile.

Ma la tecnologia viene incontro alla medicina. Presso lo Studio Medico Malattie Orecchio-Naso-Gola ed Allergopatie di Taormina (Vico di Via Diodoro Siculo, 3) di Randazzo (Via Soldato Emanuele, 16) e di Catania (Via Pasubio, 18 – Narcodent Deco) è arrivato l’ultimo sistema esistente in campo medico, il Video Head Impulse Test, uno strumento altamente innovativo per lo studio del sistema vestibolare e per il trattamento delle sindromi vertiginose, delle alterazioni dell’equilibro nei pazienti acufenici, dei capogiri e dell’instabilità nella marcia di origine posturologica.

Il v-HIT permette di eseguire una diagnosi precisissima ed oggettiva della causa che induce vertigine o alterazione dell’equilibrio nei pazienti che riferiscono acufene.

Questo sistema altamente innovativo, presente ad oggi in pochissimi studi e ospedali perché molto costoso, permette al medico di emettere rapidamente una diagnosi e di discernere se i problemi di equilibrio sono dovuti a patologie periferiche legati al sistema vestibolare dell’orecchio o sono di origine encefalica. La maschera fatta indossare al paziente permette la valutazione di ogni singolo canale semicircolare del sistema vestibolare, e permette la valutazione veloce del riflesso vestibolo-oculomotore (VOR) con stimoli ad alta frequenza.

Le registrazioni oculari effettuate con tale metodica sono perciò in grado di fornire prove tangibili e concrete circa la funzione dei canali semicircolari.

Il test v-HIT è in grado di fornire misure oggettive di risposta del rapporto tra la velocità dell’occhio e la velocità della testa e di mostrare il guadagno del VOR per i due sensi di rotazione. L’otorinolaringoiatra può emettere una diagnosi di certezza indicando se la causa dei problemi dell’equilibrio in pazienti affetti da vertigine o instabilità nella marcia sono di origine periferica (orecchio) o centrale (encefalo) come nel caso della sindrome vertebro-basilare.

Una sindrome caratterizzata per lo più da vertigini, nausea, vomito, e da disturbi dell’andatura, come instabilità posizionale e di marcia.

La sindrome vertebro-basilare è dovuta ad una patologia del circolo posteriore cerebrale, dato principalmente da steno-ostruzione delle arterie vertebrali, che originano dalle arterie succlavie ed attraverso i forami vertebrale cervicali si riuniscono alla base del cranio dando origine al tronco basilare e al circolo di Willis. Può essere correlata a un meccanismo tromboembolico che determina una embolia a livello del circolo vertebrale, con conseguenze neurologiche variabili, che vanno dalla ischemia transitoria alla ischemia conclamata. Il meccanismo emodinamico, che è il più frequente, instaura una diminuzione di flusso a valle della lesione, per cui si viene a stabilire il quadro clinico e di conseguenza sintomatologico della vera insufficienza vertebro-basilare (vertigini con nausea e/o vomito, instabilità posturale). Questi sintomi possono simulare la vertigine parossistica posizionale benigna, che si riabilita con delle manovre, ma da una attenta visita otorinoloringoiatrica si può scorgere un problema di origine vascolare e sottoporre il paziente ad una risonanza o angiorisonanza per una dettagliata valutazione del caso.

La diagnosi precoce diventa fondamentale perché permette un perché permette di eseguire terapie appropriate e di intervenire chirurgicamente.

Se il paziente presenta vertigine associata a nausea e vomito bisogna eseguire immediatamente il test Video Head Impulse Test per escludere eventuali patologie vestibolari e intervenire tempestivamente se il quadro clinico depone per una diagnosi ad orientamento centrale e non periferico.

Acufene ed alimentazione iperidrica ed iposodica

Acufene ed alimentazione iperidrica ed iposodica

L’acufene è la percezione di un rumore, un fischio che non è legato ad una reale sorgente esterna. Anche se le conoscenze sui meccanismi degli acufeni si sono accresciute negli ultimi anni, siamo ancora molto lontani da una visione univoca sulle cause del disturbo uditivo. È una problematica multifattoriale: l’orecchio non è l’unico responsabile bensì l’intero organismo svolge un ruolo di primaria importanza nella genesi dell’acufene. Le cause, dunque, possono essere di vario tipo: otologiche, neurologiche, farmacologiche, vascolari, articolari e muscolari. Solo in seguito a un’accurata analisi da parte dell’otorinolaringoiatra e di un team multidisciplinare (odontoiatra, tecnico audiometrista, nutrizionista, psicologo, osteopata) sarà possibile determinare la reale origine e, con essa, i rimedi ma soprattutto le cure.

Dal punto di vista nutrizionale la letteratura scientifica ha evidenziato diversi composti chimici di uso comune, presenti negli alimenti, come potenziali induttori o facilitatori di acufene.

Tra questi si annoverano: gli addolcitori utilizzati in sostituzione degli zuccheri e gli esaltatori di gusto come il glutammato monosodico (sale sodico dell’acido glutammico) ovvero un amminoacido naturale presente in quasi tutti gli alimenti (carne, pesce, prodotti caseari ed alcune verdure). Oggi, però, il glutammato monosodico utilizzato dall’industria alimentare non naturale perché viene ottenuto completamente grazie alla fermentazione controllata.

Focalizzarsi su questi costituenti alimentari è fondamentale là dove il problema dell’acufene si genera da squilibri idroelettrolitici.

Nella Sindrome di Méniére, per esempio, si ritiene vi sia un ipotetico squilibrio chimico nella matrice acquosa dell’orecchio interno con conseguente idrope, pressione eccessiva, del liquido in questione. La corretta alimentazione sarebbe in questo caso finalizzata al tentativo di ridurre l’idrope. Nei casi di acufeni neurologici dati, invece, da spasmi del muscolo stapedio e del muscolo tensore del timpano i rimedi nutrizionali vanno ricercati nell’assunzione di alcuni semplici oligoelementi quali calcio e potassio che vengono reintegrati con cibi ricchi in questi.

Nell’ acufene neurologico, dovuto ad emicrania, o nell’ acufene gravidico una dieta iposodica ed iperidrica sono fondamentali per coadiuvare le terapie farmacologiche nel ripristino della corretta circolazione sanguigna, consentendo il riequilibrarsi della pressione intrauricolare.

Cosa si intende, però, per alimentazione iperidrica ed iposodica? La locuzione iperidrica indica una alimentazione ricca d’acqua (2,5 – 3 litri al dì), che viene prescritta per facilitare l’eliminazione delle tossine legate alle cellule connettivali. Con alimentazione iposodica si indica, invece, una alimentazione povera di sodio. L’apporto di sodio attraverso l’alimentazione avviene sia per via discrezionale (con la quale si intende il sodio che è contenuto nel sale che viene utilizzato in cucina oppure a tavola) che per via non discrezionale ( in questo caso ci si riferisce al sodio presente negli alimenti sia naturalmente sia a motivo delle lavorazioni industriali). Le categorie alimentari a rischio sono: i cibi conservati sotto sale, per esempio le acciughe, o quelli con la denominazione “salato”, per esempio arachidi salate, i formaggi e i salumi (si va da 2,6 g di sodio per il prosciutto crudo agli 0,7 del prosciutto cotto), i corn flakes (i cereali per la prima colazione sono spesso molto ricchi di sale perché aumenta l’appetibilità del prodotto), le patatine, la pizza, i liofilizzati, la margarina e le salse.

La quota normale di sodio, ovvero la dose raccomandata in Italia dal Ministero della Sanità, è compresa tra i 600 e 3500 milligrammi al giorno (mg/die).

Indicazioni nutrizionali per iniziare una dieta iperidrica ed iposodica:

  1. Ridurre l’apporto totale di sodio a non più di 1750 mg/die (meno di 2g).
  2. Bere oltre 2 litri di acqua iposodica (cioè contenente non oltre 5 mg/litro di Na+) al giorno.
  3. Evitare i cibi confezionati o lavorati ad alto contenuto di sale e di sodio.
  4. Utilizzare unicamente prodotto da forno (pane, grissini, fette biscottate e biscotti) sapidi.
  5. Eliminare l’assunzione di pesce di mare, dei crostacei e dei molluschi (si può consumare unicamente il pesce d’acqua dolce).
  6. Evitare tutti i salumi, gli insaccati e i formaggi (l’unica eccezione riguarda la ricotta dolce fresca)
  7. Assumere unicamente dolci fatti in casa. Attenzione a non utilizzare lieviti contenenti bicarbonato di sodio
  8. Cucinare riso o pasta in acqua non salata;
  9. Condire con olio e spezie naturali.
  10. Evitare le seguenti verdure: carote, carciofi, sedano, spinaci, finocchi e asparagi.
Acufene approccio osteopatico

Il trattamento osteopatico per l’acufene

L’approccio osteopatico ha una considerazione globale dell’individuo e di come le alterazioni di alcune strutture possano dare origine a uno stato disfunzionale, traducendosi in sintomi di dolore e di fastidio. Considerando che l’acufene non ha un’origine unica e definita su cui intervenire in modo mirato, l’approccio globale dell’osteopatia è tra i più efficaci. Il tinnitus o acufene è una percezione sonora in assenza di stimolazione fisiologica dei recettori della coclea, definita dal paziente come “un fischio, un sibilo, un fruscio”.

Alcuni tipi di acufeni possono derivare da disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare (Atm) di tipo funzionale, che richiedono un trattamento osteopatico associato al trattamento ortodontico e gnatologico.

Una disfunzione osteopatica della mandibola può influenzare in maniera diretta o indiretta il corretto funzionamento dell’orecchio, è può essere causa o adattamento di uno squilibrio ascendente, discendente o misto delle catene muscolari. La mandibola e la lingua insieme con l’osso ioide, influenzano principalmente la catena muscolare anteriore, mentre l’osso mascellare in sinergia con le altre ossa del cranio, maggiormente la catena muscolare posteriore. Per la stretta sinergia strutturale tra il cranio, la mandibola e la colonna vertebrale e le sue connessioni con le altre parti del corpo, le disfunzioni osteopatiche funzionali in queste strutture possono generare ripercussioni anche a distanza, e potrebbero contribuire a modificare anche l’appoggio del piede.

Muovendo anche solo un componente della struttura si modifica tutto il sistema. La proposta osteopatica è mirata quindi alla valutazione e al trattamento funzionale delle strutture cranio-cervicali, agendo sulla componente muscolo-scheletrica della base della testa e dell’area cervicale.

Il legamento di Pinto collega, chiamato legamento anteriore del martello, collega l’orecchio medio alla mandibola. Questo legamento percorre la cavità dell’Atm e la cavità dell’orecchio, collegando il martello alla parte posteriore del disco. Il disco così viene forzatamente spostato in avanti, causando uno stato di continua tensione sul martello. Il cattivo funzionamento dell’orecchio può dipendere da queste tensioni legamentose, dove la membrana timpanica potrebbe essere sensibilizzata. Inoltre, anche a livello muscolare c’è un collegamento tra orecchio esterno e articolazione temporo- mandibolare tramite il muscolo pterigoideo.

Da questa breve descrizione anatomica si evince che in alcuni pazienti le problematiche dell’udito, come l’acufene, o le alterazioni dell’equilibrio, come alcuni tipi di vertigini periferiche, possono essere conseguenti a disfunzioni dell’Atm.

Esiste una certa varietà di valutazione diagnostica in merito agli acufeni, ma i test che interessano la valutazione osteopatica e gnato-posturale sono: il test alla Verticale di Barrè, l’esame al podoscopio, il test di Romberg Posturale, il test di Fukuda della marcia sul posto, l’esame baropodometrico, il test dei rotatori esterni, i test di convergenza oculare, i test craniali, l’esame stabilometrico, i test specifici dell’Atm e i test della deglutizione.

L’osteopata mediante le sue tecniche manuali, strutturali, miofasciali, viscerali e cranio-sacrali è in grado di riequilibrare tutto il sistema, ripristinando le condizioni fisiologiche del paziente.

Obiettivo dell’osteopata è quello di ripristinare la corretta fisiologia e funzione di tutti quegli elementi che sono all’origine dell’acufene mediante una serie di trattamenti che agiscono sulla componente muscolo-scheletrica della base della testa e dell’area cervicale, sulle membrane intracraniche (meningi) e sui fluidi che scorrono nell’ambito di queste strutture. In particolare il trattamento osteopatico prevede: la normalizzazione cranio-sacrali; il drenaggio del liquido cefalorachidiano; il drenaggio venoso della Dura Madre; il drenaggio dell’orecchio interno: il riequilibrio della sincondrosi sfeno-basilare; il riequilibrio del sacro; il riequilibrio generale delle ossa del cranio ed in particolare delle ossa temporali, suture e muscoli annessi; tecniche intra-buccali specifiche, tecniche specifiche osteopatiche in ambito otorinolaringoiatrico e stomatognatico; tecniche osteopatiche globale e il riequilibrio dei tre diaframmi.

Solo dopo la valutazione Osteo-gnato-posturale, viene impostato insieme con l’ortognatodontista, il piano di trattamento osteopatico.

Dopo il primo trattamento viene consegnato un protocollo di esercizi per la rieducazione dell’Atm da svolgere a casa. Nei trattamenti successivi, dopo aver rivalutato il paziente, se ritenuto opportuno si procede alla progettazione e applicazione di eventuali apparecchi ortodontici o gnatologici. Inoltre, per il raggiungimento di risultati positivi serve un monitoraggio costante del paziente con controlli periodici.

Il trattamento dei pazienti acufenici è molto complesso e richiede necessariamente un lavoro di squadra tra otorinolaringoiatra, ortognatodontista e osteopata poter raggiungere il miglior risultato terapeutico.

Relazione tra acufene e disfunzioni dell’Articolazione Temporo Mandibolare

Gli acufeni che hanno origine da disfunzioni dell’articolazione temporo mandibolare sono in una percentuale di casi variabile tra il 25% e il 65%. Questa associazione tra le due malattie è possibile per il comune sviluppo embriologico dell’orecchio medio con il sistema trigeminale della mandibola. Si sospetta un’origine da disfunzioni dell’articolazione temporo mandibolare se si osservano sintomi associati di alterazione del movimento mandibolare, rumori alle articolazioni temporo mandibolari, dolori facciali e mandibolari, otalgia e dolori cervicali.

Alcune caratteristiche dell’acufene possono far ipotizzare un ruolo patogenetico dell’articolazione temporo mandibolare e orientare di conseguenza la terapia.

Anzitutto in questi casi l’acufene è riferito prevalentemente dallo stresso lato dell’articolazione interessata. I pazienti che presentano acufeni legati all’ATM, oltre a sintomi locali che riguardano strettamente l’articolazione (asimmetrie facciali, malocclusioni dentarie, bruxismo, contratture ai muscoli masticatori) possono riferire una vasta gamma di sintomi, alcuni chiaramente non legati all’orecchio, quali mal di testa, dolori facciali, dolori cervicali, lombosciatalgia, ma anche altri di abituale pertinenza otorinolaringoiatrica: senso di ovattamento, prurito e dolore auricolare, instabilità posturale e vertigini. La presenza di sintomi apparentemente legati all’orecchio potrebbe ancora più chiaramente orientare verso un caso di acufene legato a disfunzione dell’articolazione temporo mandibolare quando l’otorinolaringoiatra ha escluso cause di sua competenza.

L’indagine nei confronti dell’articolazione temporo mandibolare deve essere approfondita specialmente nei casi in cui alla presenza dell’acufene non corrisponda una possibile causa otologica.

Le articolazioni temporo-mandibolari sono le giunzioni tra le ossa temporali del cranio e l’osso mascellare inferiore. In un soggetto sano i condili mandibolari si collocano al centro della cavità glenoide dell’osso temporale che li accoglie, in rapporto prevalente con la parete antero superiore. Fra le superfici articolari è interposto un disco detto menisco. Condilo e menisco dovrebbero muoversi in sinergia durante l’apertura della bocca. Ma si possono verificare delle condizioni di natura infiammatoria e degenerativa che vanno ad interessare le articolazioni temporo mandibolari, la muscolatura mandibolare e le strutture che con esse contraggono rapporti anatomo-funzionali.

L’origine dei disordini temporo mandibolari è multifattoriale, per sovrapposizione di malocclusione dentale, fenomeni biologici e psicologici, traumi, stili di vita predisponenti.

I disordini temporo mandibolari si possono riassumere in due categorie: disturbi muscolari (spasmi contratture, trigger point, dolori muscolari spesso associati a bruxismo e serramento) e patologie articolari che possono essere intracapsulari quando interessano l’articolazione ed extracapsulari quando colpiscono i legamenti esterni dell’ATM. Le patologie intracapsulari si distinguono in:

  • Click o incoordinazione condilo meniscale riducibile, quando il menisco dislocato in avanti viene ricatturato durante l’apertura della bocca.
  • Incoordinazione condilo meniscale irriducibile, quando il menisco dislocato in avanti non viene ricatturato.
  • Blocco temporo mandibolare, è una incoordinazione discale irriducibile che evolve in una limitazione mandibolare improvvisa associata a dolore articolare importante.
  • Artrosi temporo mandibolare, è malattia cronica degenerativa che porta all’usura e/o alla perforazione menisco articolare, all’alterazione delle superfici articolari e cartilaginee, e alla formazione di osteofiti.

Le patologie extracapsulari si distinguono in:

  • Sublussazione condilo mandibolare, quando il condilo avanza per aumentata elasticità della capsula e dei legamenti esterni, ma non supera i limiti anatomici.
  • Lussazione completa condilo mandibolare, quando il condilo avanza superando i limiti anatomici e si rende necessaria una manovra di sblocco con riposizionamento della mandibola.

Il protocollo terapeutico degli acufeni che hanno un’origine cranio-cervico-mandibolare è complesso.

Dopo la visita del paziente con una anamnesi prossima e remota si prescrive una risonanza magnetica dell’articolazione temporo mandibolare. Contemporaneamente si associano degli esercizi di terapia miofunzionale da fare a casa a dei trattamenti di osteopatia. Una volta esaminata la risonanza magnetica, se necessario, si procede alla costruzione di un dispositivo intraorale, ovvero un bite gnatologico specifico per le problematiche del singolo paziente. Questi dispositivi possono essere classificati in tre grandi categorie:

  • Bite o placca di svincolo, toglie le interferenze occlusali che possono condizionare il movimento mandibolare. Serve a deprogrammare la mandibola e viene fabbricato con una superfice liscia per non creare interferenze con l’arcata antagonista. Bite di questo tipo sono la placca di Federici e il bite di Hawley.
  • Bite o placca di riposizionamento, riposiziona la mandibola in una posizione ben definita e corretta. Questo bite ha dei piani inclinati o delle guide che consentono alla mandibola di andare nella posizione voluta dal clinico. Per fabbricarlo è indispensabile il morso di costruzione che stabilisce appunto la posizione terapeutica. Sono bite di riposizionamento la placca di Farrar e il M.O.R.A. di Gelb (Mandibular Orthopedic Repositioning Appliance).
  • Bite o placca di stabilizzazione, consolidala posizione acquisita con l’utilizzo di altri bite, protesi o trattamento ortodontico. La superfice di questi bite ha contatti ben precisi con l’antagonista che vengono modellati per realizzare un libero e stabile ingranaggio. Tra questa categoria di bite possiamo ricordare la placca di Michigan e l’ortodico di Jenkelson).

I bite gnatologici modificano i rapporti inter-occlusali e identificano la posizione terapeutica corretta fra le due arcate dentarie al fine di rimuovere il possibile conflitto articolazione mandibolare e orecchio.

Sono molte le esperienze nel campo dei disturbi cranio cervico mandibolare riportate dalla letteratura che dimostrano la potenziale efficacia deltrattamento sulla sintomatologia collaterale delle disfunzioni dell’articolazione temporo mandibolare che includono possibilità terapeutiche anche per l’acufene. Per questo è necessaria una diagnosi approfondita e un approccio multidisciplinare tra gnatologo, otorinolaringoiatra e osteopata.

Acufene: aspetti diagnostici, eziologici e terapeutici

L’acufene è un disturbo caratterizzato dalla percezione di una sensazione uditiva anomala in assenza di stimoli esterni. Un fischio, un ronzio, un sibilo localizzato in una o in entrambe le orecchie oppure al centro della testa. L’origine è molto complessa, coinvolge il sistema uditivo periferico, le vie uditive centrali e le aree cerebrali destinate all’elaborazione delle emozioni e dell’attenzione.

10 persone su 100 soffrono di acufene cronico, 2 persone su 100 lo descrivono come una tortura insopportabile con gravi conseguenze sulla qualità della vita.

L’obiettivo di tutti gli acufenici deve essere quello di imparare a convivere con questo disturbo fino ad arrivare a diminuire la percezione e ridurre l’effetto dell’acufene al di sopra della soglia di sopportazione di ciascun paziente. Nel selezionare un programma terapeutico efficace il ruolo del paziente è fondamentale per comprendere le cause che scatenano l’acufene.

L’acufene può essere il prodotto di svariate patologie anche lievi. L’orecchio svolge un ruolo importante ma tutto l’organismo può contribuire a generare e mantenere questo fastidioso disturbo.

Il paziente, dunque, deve essere valutato e visitato nella sua totalità affinché possa conoscere, in tempi rapidi, la causa del suo sintomo e il relativo percorso terapeutico da seguire per migliorare la qualità di vita. Il Centro Siciliano Acufene, che dal 2010 si occupa della diagnosi, della terapia e della riabilitazione dell’acufene, si avvale di un approccio multidisciplinare grazie alla collaborazione della Dr.ssa Cristina Vitale, ortodontista e gnatologa, del Dr. Gianluca Barca, osteopata, della Dr.ssa Milena Samperi, psicoterapeuta, del Dr. Eliseo Stefano Maini e del Dr. Fabio Morabito per la consulenza audioprotesica.

Le cause dell’acufene possono essere molteplici: otologiche, vascolari, odontoiatriche, virali, metaboliche, neoplastiche e psicologiche.

Per quanto riguarda le cause che interessano l’orecchio dobbiamo distinguere quelle che riguardano l’orecchio esterno (tappo di cerume, otite esterna e osteoma); l’orecchio medio (otite media catarrale, otite acuta, otite cronica con perforazione della membrana timpanica, otite cronica colesteatomatosa e otosclerosi) e l’orecchio interno (trauma acustico acuto e cronico, sordità idropiche fluttuanti, sindrome di Meniere, sordità improvvisa, barotraumi, presbiacusia, fratture della rocca petrosa, sordità da farmaci ototossici). Il trauma acustico è una delle cause più comuni dell’acufene. Si tratta di un’esposizione, anche se per breve tempo, a intensità sonore superiori a 95 db oppure di un’esposizione a un rumore di intensità minore ma per periodi prolungati. Il trauma acustico determina un danno irreversibile delle cellule ciliate della coclea, ma ci deve essere una predisposizione genetica perché non tutti i soggetti che accusano un trauma acustico sviluppano l’acufene.

L’acufene è spesso associato a un calo uditivo dovuto a una lesione cocleare. La perdita uditiva è un fattore predisponente, ma non genera obbligatoriamente l’acufene.

Da una ricerca condotta dall’Università di Vienna, pubblicata su Occupational and Environmental Medicine, è emerso che i ronzii sono per oltre il 70% più presenti nelle persone che utilizzano il cellulare per più dieci minuti al giorno. Dallo studio è, inoltre, emerso che l’uso del cellulare per più di quattro anni può raddoppiare la probabilità di insorgenza dell’acufene, e per 160 ore in totale può determinare un aumento del rischio del 60%. Una prima ipotesi spiegherebbe l’insorgenza dell’acufene in base alla postura che assumiamo quando parliamo al cellulare, mentre una seconda ipotesi fa riferimento alle onde radio che disturbano la coclea.

La diagnosi è fondamentale per indagare la causa che genera l’acufene e trovare una terapia efficace e adatta al singolo paziente.

Il primo passo è sottoporre il paziente ad un esame “obiettivo” di valutazione della membrana timpanica del paziente. Dopo aver ricostruito l’anamnesi del paziente si passa ad effettuare gli esami soggettivi: l’esame audiometrico liminare, che valuta l’intellegibilità verbale, e l’esame audiometrico vocale, che valuta la capacità uditiva. Si sottopone il paziente a tutti gli esami strumentali d’indagine audiologia come l’esame impedenzometrico, un esame oggettivo che studia il riflesso stapediale e rileva eventuali anomalie della catena ossiculare; il test dei potenziali evocati uditivi (ABR), un esame oggettivo che valuta la soglia uditiva e identifica la sede della lesione lungo la via uditiva nervosa; il test delle otoemissioni acustive (DPOAE), un esame oggettivo che permette di rilevare la regione della coclea anche minimamente lesionata; l’acufenometria, un test soggettivo che determina la tonalità e l’intensità dell’acufene. Successivamente si passa agli esami radiologici, non ancora inseriti nel protocollo diagnostico, in particolare la risonanza magnetica funzionale (FMRI), l’angiorisonanza, la Tac delle rocche petrose, la magnetoencefalografia, (PET).

Dopo aver visionato i vari responsi specialistici, si procede a programmare il trattamento terapeutico-riabilitativo più idoneo al paziente in osservazione.

Per trattare il paziente acufenico bisogna possedere esperienza diretta, ragionamento clinico, conoscenza dell’anatomia e della fisiologia dell’orecchio. Per questo bisogna rivolgersi a un team di specialisti esperti che progetta un percorso multidisciplinare per il trattamento e la riabilitazione del paziente acufenico. Il trattamento dell’acufene si avvale, dunque, delle terapie farmacologiche classiche con ansiolitici e antidepressivi, delle terapie farmacologiche complementari e alternative con vitamine e antiossidanti, delle terapie non convenzionali come Tens, agopuntura, ipnosi e terapie fisiche, terapie psicologiche, stimolazione magnetica transcranica, laser terapia.

La terapia più accreditata è la TRT. La terapia del suono consiste in una stimolazione acustica che determina il mascheramento totale o parziale dell’acufene e il ripristino del funzionamento delle vie nervose.

La stimolazione acustica, eseguita con l’ausilio di generatori di suoni ambientali o amplificatori protesici, sfruttando la plasticità neuronale attiva dei meccanismi di rimodellamento delle vie uditive che si traduce in allenamento e abitudine all’acufene da parte del paziente il quale ottiene un notevole miglioramento della sua qualità di vita. Quindi la TRT è una terapia di riallenamento o di riprogrammazione dei filtri cerebrali, sotto corticali, con finalità di amplificare o attenuare i segnali sonori prima di inviarli al cervello, riducendo o eliminando il fastidio dell’acufene. La TRT deve essere impostata e seguita da personale medico esperto in terapia degli acufeni e costantemente aggiornato. Le fasi che inducono l’abitudine sono il “counseling riabilitativo”, che consiste in una seduta di apprendimento dei meccanismi neurofisiologici della TRT, e la terapia del suono, che si effettua con diversi dispositivi sonori scelti caso per caso.

Concludendo l’acufene può essere trattato con terapie farmacologiche, a tal proposito esistono diversi protocolli farmacologici, trattamenti non convenzionali, uno tra tutti l’agopuntura, trattamenti chirurgici otoneurochirurgici, qualora la patologia responsabile dell’acufene lo richiedesse, trattamenti osteopatici ed ortodontici qualora la causa risiede in alterazioni dell’assetto cranio-cervico-mandibolare e trattamenti riabilitativi come la terapia del suono, e tra questi la più accreditata è la TRT.