Nuovo protocollo farmacologico per acufene Csa Nuova Farmaceutica

Supplementazione magnesio e condroitina solsfato: nuovo protocollo farmacologico per l’acufene

Il Centro Siciliano Acufene, in collaborazione sinergica con la azienda farmaceutica siciliana Nuova Farmaceutica pongono particolare interesse nella diagnosi e cura delle modificazioni della funzionalità dell’articolazione temporo-mandibolare generanti l’acufene. La Nuova Farmaceutica nasce nel 1996, in provincia di Catania, per cui è una grande e soddisfacente realtà tutta siciliana, con l’obiettivo di formulare presidi medici e prodotti nutraceutici, a supporto di patologie conclamate e croniche, e produrli con alti standard qualitativi, propri del farmaco etico.

Alterazioni e problemi dell’articolazione tra mandibola e cranio, in particolare articolazione temporo-mandibolare o ATM, possono in alcuni casi causare la percezione dell’acufene o amplificarne l’intensità.

Alcune componenti dell’orecchio medio hanno un’origine comune con la mandibola e l’ATM, quindi sono funzionalmente collegati anche alla muscolatura masticatoria e mimica. Anatomicamente l’ATM è posizionata bilateralmente e medialmente al meato acustico esterno e articola l’osso mandibolare con l’osso temporale, in particolare connette il condilo mandibolare con la fossa mandibolare del temporale interponendo fra loro un disco fibrocartilagineo.

Articolazione Temporo Mandibolare

L’ATM svolge la funzione di articolare il movimento complesso della mandibola nei tre piani dello spazio, fondamentali per la masticazione e la fonazione, influisce inoltre sull’assetto della colonna vertebrale, sul funzionamento della muscolatura cervicale e dorsale arrivando a condizionare le curvature della colonna vertebrale e di conseguenza la postura e l’equilibrio.

Sembra che la principale causa di “acufene non uditivo” sia appunto la modificazione della funzionalità dell’ATM.

Le disfunzioni cranio-mandibolari sono un gruppo di condizioni, di segni e sintomi, molto spesso dolorosi che colpiscono uno o più componenti dell’apparato masticatorio, ossia l’articolazione temporo-mandibolare (ATM), i muscoli della masticazione, i denti e le loro strutture di sostegno. I disordini dell’ATM sono responsabili di una varietà di sintomi, il sintomo più frequente è il dolore dei muscoli masticatori e dell’articolazione in questione. Altri sintomi possibili sono: la tensione muscolare alla mandibola, dolore all’orecchio o otalgia riferita che si irradia al volto, difficoltà ad aprire la bocca, episodi di mandibola bloccata, “clicks” od altri rumori articolari aprendo o chiudendo la bocca, dolore durante la masticazione, nello sbadigliare, nel tentativo di aprire molto la bocca, non riuscire più a chiudere i denti nella posizione abituale oppure chiuderli in posizione diversa di volta in volta, cefalea e dolori al collo, vertigini, problemi di udito e acufene.

La vertigine, i problemi di udito e gli acufeni sono determinati da una sovrastimolazione del muscolo del martello,durate la anomala funzionalità dell’ATM, che determinerebbe un’eccessiva suscettibilità dell’orecchio interno.

Quando viene meno la corretta relazione tra arcata dentaria superiore e inferiore, si creano squilibri di forza durante la masticazione che compromettono la stabilità dell’ATM. Questo squilibrio si trasmette alla muscolatura cervicale, che assume contratture patologiche che secondo la teoria” somatosensoriale” possono innescare acufeni.

Difficilmente è possibile determinare l’esatta causa dei disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare, ma si ritiene che un fattore importante il sovraccarico di lavoro a cui i muscoli masticatori sono sottoposti.

Contrazioni prolungate dei muscoli masticatori, in alcune situazioni fisiche e mentali stressanti, possono determinare tensioni muscolari e spasmi, che dando origine ad un circolo vizioso, se non accuratamente interrotto, può generare un disturbo cronico. Altri fattori aggravanti possono essere digrignamento e serramento dei denti o bruxismo, traumi, artriti, malocclusioni dentali , asimmetrie, ed altri problemi dentali od una associazione di più fattori. Per alleviare i dolori muscolari e il gonfiore si possono prescrivere farmaci anti-infiammatori non steroidei, Fans, rilassanti muscolari (per rilassare i muscoli della mascella), ed infine anche ansiolitici e antidepressivi per contribuire ad alleviare lo stress che a volte può aggravare i disordini dell’ATM. La terapia in ogni caso non risulta risolutiva ed è gravata dalla comparsa di numerosi e pesanti effetti collaterali che, nel tempo, possono sfiduciare il paziente e la sua aderenza alla terapia.

Diversi studi scientifici, che il Csa e la Nuova Farmaceutica hanno preso in considerazione, dimostrano come una supplementazione di magnesio possa migliorare i sintomi in pazienti affetti da disordini dell’articolazione temporo-mandibolare.

Il magnesio aiuta ad alleviare crampi e tensioni muscolari, quindi la sua assunzione favorisce il rilassamento dei tendini e dei muscoli intorno alla mascella, della testa e del collo, che sono proprio quelli coinvolti nei disordini di questo tipo, alleviando contestualmente i sintomi di irritabilità ed ansia che possono contribuire ad acuire la sintomatologia associata a questo tipo di disordini.

Anche lo status vitaminico del paziente assume un ruolo importante nella profilassi e nel trattamento dei disturbi a carico dell’ATM.

In particolare, la carenza di Vitamine del Gruppo B può causare affaticamento e promuovere lo stress, peggiorando la sintomatologia dei soggetti affetti da disordini dell’articolazione temporo-mandibolare. Quindi elevati livelli di stress, possono causare una deplezione dei livelli ematici di vitamine del Gruppo B che a loro volta accentuano ancora di più lo stress instaurando un circolo vizioso. Altra importante considerazione riguarda la vitamina D3 che svolge un ruolo fondamentale nel garantire la salute ottimale delle ossa e dei muscoli,coinvolti nella patologia dell’ATM.

A tal proposito la Nuova Farmaceutica,in sinergia con il CSA, dopo un attento studio,in ambito farmacologico e fisiopatologico, e valutazione di alcuni pazienti acufenici, ha prodotto un multivitaminico completo garantendo dosaggi alti, sempre entro il range di dosaggio massimo che il paziente può assumere durante il giorno per ciascuna vitamina.

Questo particolare multivitaminico,prodotto con particolare attenzione integrando il Magnesio, la vitamina D3 e il gruppo della vitamina B, oltre a tutte le altre vitamine (Ferro, Zinco, Acido Folico, Vit.PP), ha garantito dei buoni risultati non solo in ambito otoiatrico, quindi per l’acufene e i disturbi dell’udito, ma anche per altre patologie di pertinenza dell’otorinolaringoiatra.
Il multivitaminico prodotto per trattare questi disturbi viene prescritto dal CSA in associazione ad un integratore contenente N-Acetil-D-Glucosamina e condroitin solfato, anche quest’ultimo prodotto dalla Nuova Farmaceutica, dopo aver studiato accuratamente la farmacologia, la struttura ossea e cartilaginea e la fisiopatologia.

Diverse cause possono determinare le alterazioni dell’ATM, una su tutte l’osteoartrosi, in quest’ultimo caso ma in tutte le patologie che determinano alterazioni dell’ATM la supplementazione di integratori a base di N-Acetil-D-Glucosamina (NAG) e Condroitin solfato sono di notevole aiuto. La N-Acetil-D-Glucosamina (NAG) è precursore della sintesi dei Glicosaminoglicani, i principali costituenti della cartilagine articolare. Le quantità di Glucosamina prodotte dal nostro organismo con l’invecchiamento diminuiscono. Molti studi scientifici hanno dimostrato la capacità della N-Acetil-D-Glucosamina di prevenire il deterioramento delle strutture articolari, di ripristinare la matrice cartilaginea danneggiata dal processo artrosico e di esercitare anche una discreta attività antinfiammatoria. Inoltre, l’acetilazione della Glucosamina stimola in maniera diretta la sintesi di Acido ialuronico, e non inibisce la sintesi di Glucosamina endogena. Il Condroitin solfato rappresenta il maggiore responsabile della resistenza alla compressione, svolge azione antinfiammatoria, stimola la sintesi di Proteoglicani e Acido ialuronico, diminuisce l’attività erosiva delle MMPs e inibisce la morte dei condrociti articolari.

La combinazione Condroitin Solfato e Glucosamina determina sollievo dal dolore e migliora la funzionalità dell’ATM.

I benefici derivanti da una terapia di associazione aumentano nel momento in cui, alla N-Acetil-D-Glucosamina e al Condroitin solfato, si abbinano principi attivi, come il Metilsulfonilmetano,che in sinergia tra loro, sono in grado di migliorare tanto l’azione trofica a carico della cartilagine articolare, quanto l’azione antidolorifica. Il Metilsulfonilmetano rappresenta la forma naturale dello zolfo organico, responsabile della azione protettiva sulla cartilagine essendo implicato nella sintesi del collagene. Oltre al suo ruolo protettivo nei confronti del tessuto cartilagineo, il Metilsulfonilmetano presenta anche una discreta azione antinfiammatoria. I pazienti affetti da alterazione dell’ATM inoltre traggono giovamento anche da un’integrazione di Vitamina C e Silice, entrambi cofattori indispensabili per la sintesi del Collagene,elemento costitutivo più abbondanti della cartilagine articolare.

Quindi ancora una volta il CSA in sinergia con Nuova Farmaceutica ha messo a punto un protocollo integrato che prevede l’assunzione di alcune vitamine, che svolgono un ruolo importante nelle alterazioni dell’ATM, e di sostanze che svolgono azione protettiva e antinfiammatoria a livello della cartilagine.

Amalgama dentaria mercurio

Acufene di origine tossica: amalgama dentaria e intossicazione cronica

Il mercurio è l’unico metallo comune che è liquido a temperature ordinaria. Esso è qualche volta chiamato argento rapido. È un metallo liquido pesante, di colore bianco-argenteo. È un conduttore di calore piuttosto povero se confrontato con altri metalli ma è un buon conduttore di elettricità. Si unisce facilmente in leghe con molti metalli, come oro, argento e stagno. Queste leghe sono denominate amalgami.

Il metallo mercurio ha molti usi. Grazie alla sua elevata densità è usato in barometri e manometri. È estesamente usato in termometri, grazie al suo alto tasso di espansione termica che è abbastanza costante in un’ampia fascia di temperature. La sua facilità nell’amalgamarsi con l’oro è sfruttata nel recupero di oro dai suoi minerali. Il mercurio è usato anche in certi ingranaggi elettrici, come gli interruttori ed i raddrizzatori, che devono essere affidabili, e per la catalisi industriale. Molto meno mercurio è oggi usato nelle batterie per l’illuminazione fluorescente, ma non è stato ancora interamente eliminato.

I composti del mercurio sono utilizzati come insetticida, veleno per i topi, disinfettate, unguenti per la pelle (ossido di mercurio), come catalizzatore in chimica organica (solfato di mercurio). Si trova libero in natura soprattutto nelle miniere del cinabro dell’Italia e della Spagna. Nell’ambiente può essere trovato in forma metallica, sotto forma di sali di mercurio o in composti organici del mercurio.

Entra nell’ambiente come risultato della naturale rottura dei minerali in rocce e del terreno attraverso esposizione a vento e ad acqua. La concentrazione di mercurio nell’ambiente oggi sta aumentando per l’attività umana che scarica il mercurio nell’aria attraverso il combustibile fossile, l’estrazione mineraria, la fusione e la combustione dei rifiuti solidi. Alcune forme di attività umana scaricano mercurio direttamente nel terreno o nell’acqua, per esempio l’applicazione dei fertilizzanti agricoli e lo scarico di acque reflue industriali. Tutto il mercurio che è liberato nell’ambiente finisce nel terreno o nelle acque superficiali e può diffondersi negli alimenti, in quanto disperso, all’interno del ciclo alimentare, da organismi più piccoli che sono consumati dagli esseri umani, per esempio attraverso i pesci.

La concentrazione di mercurio nei pesci solitamente supera notevolmente la concentrazione nell’acqua in cui vivono. Anche i prodotti di allevamento del bestiame possono contenere elevate quantità di mercurio. Il mercurio non è solitamente trovato nei prodotti vegetali, ma può entrare nell’organismo attraverso le verdure ed altri raccolti, quando in agricoltura vengono spruzzati prodotti contenenti mercurio.

Il mercurio metallico è usato in diversi prodotti domestici, quali barometri, termometri e lampadine fluorescenti, ma in questi dispositivi è intrappolato e solitamente non causa alcuni problemi di salute. Se un termometro si dovesse rompere si è soggetti ad un’esposizione significativamente alta al metallo attraverso la respirazione per un breve periodo di tempo mentre si vaporizza e ció può avere effetti nocivi all’organismo.

L’amalgama dentale o amalgama d’argento è un materiale composito a matrice metallica usato in odontoiatria conservativa per otturazioni e ricostruzioni dirette. Gli elementi presenti nella sua composizione sono mercurio (45-50%) argento (22-32%), stagno (11-14%), rame (6-9%), zinco (2%). Nel linguaggio comune le otturazioni ottenute con questo materiale venivano frequentemente chiamate piombature, nonostante la totale assenza di piombo.

Rimasto per molto tempo il materiale più utilizzato in odontoiatria restaurativa, negli ultimi decenni il suo uso è andato gradualmente declinando principalmente per ragioni estetiche, per la disponibilità di materiali alternativi, per l’inquinamento ambientale, e per alcuni timori legati a possibili problemi per la salute del paziente.

L’amalgama dentale, ossia l’otturazione di vecchia concezione in “metallo”, è uno dei temi più controversi in odontoiatria. Nella comunità scientifica ci sono due schieramenti relativi all’amalgama; entrambi, sia gli oppositori che i sostenitori, concordano sui seguenti punti:

  • il mercurio è tossico;
  • il mercurio è rilasciato dalle otturazioni dentali di amalgama;
  • la quantità di mercurio rilasciato è solo molto piccola, ma costante;

La controversia sta nel capire se la quantità di mercurio rilasciata dall’amalgama è così piccola che non può essere clinicamente significativa oppure se è sufficiente in alcuni casi a produrre sintomi.

Noi del CSA abbiamo già osservato alcuni pazienti acufenici ed ipoacusici che presentavano amalgama, abbiano prescritto loro un prelievo ematico per la concentrazione di mercurio nel sangue, prima della rimozione della amalgama, e lo ripeteremo dopo sei mesi dalla rimozione di quest’ultima.

Tutto ciò perché ci siamo confrontati tra noi specialisti del CSA e dopo aver valutato tutti gli studi scientifici nazionali ed internazionali, molti dei quali evidenziano la correlazione tossica tra mercurio e acufene o ipoacusia, riteniamo indispensabile studiare la eventuale correlazione, progettare un protocollo per titolare in maniera precisa la concentrazione di mercurio nel corpo e provvedere comunque alla rimozione della amalgama nei pazienti acufenici. Dopo sei mesi ripeteremo il prelievo del sangue per valutare la variazione della concentrazione del metallo, e se troppo alta intraprenderemo un trattamento farmacologico chelante, anticipato da un trattamento nutrizionale di preparazione dello stato di salute dell’intestino e del fegato,che rappresentano sistemi di detossinazione in grado di gestire nel miglior modo possibile l’eliminazione del mercurio.

Il protocollo nei pazienti con acufene che posseggono amalgama prevede, ovviamente e come da prassi, la visita otorinolaringoiatrica ed audiologica con esecuzione di tutti gli esami audiologici di primo livello, la visita ortodontica ed osteopatica, e qualora il paziente possedesse l’amalgama la prescrizione del prelievo per la concentrazione di mercurio nel corpo o mercuremia attraverso un banalissimo prelievo del sangue. Qualora il valore dovesse risultare alto si procederà ad eseguire un secondo prelievo ematologico definito TEST DI TRASFORMAZIONE LINFOCITARIA O LTT.

Anche questo prelievo si esegue di routine ma richiede l’utilizzo di provette particolari in quanto è un test altamente sensibile e specifico, che ci permette di capire se vi è stato un coinvolgimento linfocitario, e quindi la produzione di Anticorpi, durante la presenza dell’amalgama e dopo l’asportazione di quest’ultima. Questo prelievo verrà eseguito dalla Dr.ssa Luisa Russo patologa clinica del Centro Analisi Biomediche di Taormina sotto nostra indicazione e facente parte del team del protocollo che attueremo. Un altro aspetto fondamentale è l’aspetto nutrizionale che verrà seguito dalla Dr.ssa Maria Teresa D’Agostino biologa-nutrizionista clinica del CSA, la quale dovrà valutare anche l’aspetto di accumulo del mercurio derivante dall’alimentazione (soprattutto per i pazienti delle isole che si alimentano con molto pesce) e dovrà eventualmente prescrive una dieta di preparazione dello stato di salute dell’intestino e del fegato, che sono organi di detossinazione, prima di sottoporre il paziente alla terapia farmacologica chelante.

Recenti studi mostrano che le otturazioni effettuate in amalgama, le quali contengo il 50% di mercurio, rilasciano continuamente piccolissime concentrazioni di tale sostanza, che si accumula nei tessuti del nostro corpo e possono essere causa di intossicazioni cronica.

Il rilascio di vapori di mercurio all’interno del cavo orale è ampiamente dimostrato a livello clinico ed è possibile ottenere, come abbiamo descritto, precise misurazioni di concentrazione nei soggetti portatori di otturazioni in amalgama. Alcuni studi hanno dimostrato concentrazioni basali almeno triple nell’aria respirata e aumenti repentini nell’emissione di mercurio durante la masticazione nei pazienti con otturazioni in amalgama.

È fondamentale sapere che la rimozione delle amalgame deve essere praticata però con estrema cura allo scopo di proteggere la salute del paziente e degli operatori. La rimozione dell’amalgama deve essere quindi effettuata da professionisti altamente preparati, il CSA si avvale della competenza e professionalità della Dr.ssa Cristina Vitale odontoiatria specialista in ortognatodonzia, che mette in atto un protocollo rigido per l’estrazione del metallo, in particolare: isola il campo operatorio con la diga di gomma (protezione delle vie digestive ed aeree). Utilizza la mascherina e la fa indossare al paziente e all’assiste per evitare inalazioni di vapori. Utilizza la doppia aspirazione e abbondantissima irrigazione d’acqua. Mette in atto la profilassi nei giorni precedenti e successivi alla rimozione dell’amalgama. Ma soprattutto mette in atto la massima accuratezza e precisione manuale acquisita in tantissimi anni per evitare che frammenti di amalgama vengano ingeriti o aspirati.

L’Accademia Internazionale di Odontoiatria Biologica afferma, dopo aver condotto numerosissimi studi scientifici pubblicati su riviste mediche nazionali ed internazionali, che il 2,5% della popolazione può sviluppare allergia al mercurio ed altrettanto vero è che il 100% delle persone è più o meno intollerante verso quella che è la sostanza più tossica, diffusa e inquinante presente in natura. L’intossicazione da mercurio non è infatti dose-dipendente e il nostro organismo non ha una soglia di tollerabilità per cui il danno, anche se nascosto, c’è sempre.

il mercurio che evapora dalle otturazioni in amalgama, e che viene assorbito per l’80% attraverso il sangue del circolo polmonare,è in forma metallica non ionizzata, cioè HgO. In questo stato di vapore la sua diffusibilità è altissima. Il passaggio alla forma ionica avviene non nel sangue ma all’interno delle cellule dalle quali è poi difficilissimo ottenere il dissequestro. La quasi totalità del mercurio si deposita nei tessuti nell’arco di minuti e solo il metilmercurio (forma organica presente soprattutto nei pesci) ha un’emivita di circa quindici giorni.

Anche la mancata escrezione nelle urine è indice diagnostico e prognostico negativo perché dimostra l’accumulo tissutale. Quindi i valori di concentrazione di mercurio al di sotto della norma stabilità dall’OMS presenti anche nei pazienti che posseggo numerose amalgama è spiegato da questo meccanismo di assorbimento ed accumulo e non dallo scarso rilascio di metallo da parte dell’amalgama stessa. L’accumulo tissutale viene evidenziato solo attraverso la mobilizzazione del mercurio con sostanze chelanti (EDTA, DMPS, DMSA) che, sole, sono in grado di rendere misurabile il mercurio nel sangue nelle urine poco dopo la loro somministrazione.

Continuando a mantenere in bocca l’amalgama si può incorre in:

  • Malattie Autoimmuni come le artriti, il morbo di Parkinson, Alzheimer, dolori e tremori muscolari, fibromialgia, sindrome da fatica cronica, morbo di Crohn, lupus, diabete.
  • Disordini Neurologici come neuropatie, parestesie, perdita di memoria, emicrania, vertigini.
  • Disturbi dell’Umore come ansia, depressione, insonnia, rabbia incontrollata, confusione.
  • Disfunzioni del Sistema Immunitario e Cancro, tra questi eccessiva sensibilità ai farmaci, eczema e psoriasi, tendenza a sviluppare infezioni, ma sono correlati alle amalgame al mercurio anche alcuni tipi di cancro, come ad esempio la leucemia.
  • Patologie Cardiovascolari come ipertensione, arteriosclerosi, aritmia e tachicardia.
  • Patologia della Digestione come malassorbimento dei minerali e blocco del normale processo enzimatico.
  • Oscillazioni Ormonali tra cui ipotiroidismo, tiroidite di Hashimoto, disordini della prostata e urinari.
  • Disturbi della Fertilità per riduzione della conta spermatica, infertilità, aborti ripetuti, problemi congeniti e disturbi cognitivi nell’età evolutiva.
  • Fastidi in bocca, infatti le amalgame possono generarne alitosi, lichen orale, acidosi orale, dolore e bruciore della lingua e del cavo orale.
  • Disturbi della Vista e dell’UDITO come ACUFENE E PERDITA DI UDITO O IPOACUSIA,infiammazione oculare, miopia, degenerazione maculare, cataratta, astigmatismo, irite, daltonismo e altri disturbi della vista.

L’ultimo passaggio, qualora sia necessario, è quello della terapia chelante a basso dosaggio con farmaci chelanti specifici in modo da andare a prelevare il mercurio all’interno dei tessuti dove va a nascondersi.

Quindi da oggi il CSA metterà in atto una ulteriore accortezza nel trattamento dei pazienti con acufene continuando ad essere impegnato in ambito scientifico per garantire sempre nuovi protocolli in ambito terapeutico e riabilitativo.

Acufene pulsante: il Centro siciliano acufene protagonista ancora una volta

L’acufene pulsante è definito come occasionale percezione del proprio battito cardiaco nell’orecchio, ed è un acufene oggettivo in quanto il rumore realmente prodotto dal passaggio del sangue nei vasi sanguigni (arterie carotidi) è auscultabile dal medico mediante il fonendoscopio appoggiato sul collo nella zona di passaggio di vasi sanguigni in prossimità dell’orecchio.
L’acufene pulsante può essere causato:

  • da un cambiamento del flusso sanguigno dei vasi sanguigni vicini all’orecchio dovuto ad esempio ad una ostruzione o ad un eccessivo slargamento di un vaso, situazione che costringe i vasi vicini ad un sovraccarico che genera rumore;
  • da formazione di turbolenze all’interno del vaso divenuto irregolare per indurimento delle pareti endoteliali consequenziali ad aterosclerosi;
  • da fattori posturali del collo che determinano compressione di alcuni vasi del collo.

L’acufene pulsante può avvenire anche in assenza di turbolenze od ostruzioni per:

  • perdita uditiva di tipo trasmissivo causata da un aumento della risonanza della cavità timpanica (otite catarrale, otite cronica, restringimento tubarico, etc);
  • aumento della sensibilità delle vie uditive che può, come nell’iperacusia, innescare un meccanismo di attenzione in cui il segnale normale di pulsazione viene interpretato come un segnale di allarme ed essere aumentato proprio dall’attenzione selettiva che vi si va a focalizzare. È un’evenienza frequente in soggetti con stati di ansia;
  • disfunzioni dell’ATM o articolazione timpano-mandibolare.

Regola essenziale è che bisogna prestare più attenzione agli acufeni pulsanti monolaterali rispetto a quelli bilaterali. Le cause possono essere in questi casi vasculo-tumorali, congenite o acquisite per presenza di fistole arterio-venose, angiomi, glomo timpano-giugulare, paraganglioma, stenosi carotidee importanti e ipertensione arteriosa, correlate o meno ad ipercolesterolemia, valvulopatie cardiache.

La percezione di un rumore ritmico originato all’interno del corpo, ossia l’acufene pulsante, è un tipo di acufene raro che riguarda solo il 3% dei pazienti affetti da questo disturbo.

Spessissimo la percezione continua di questo rumore può provocare cefalee e stati d’ansia anche molto intensi. Il Centro Siciliano Acufene in collaborazione con una azienda farmaceutica siciliana, sono impegnati nello studio farmacologico di alcune sostanze naturali, che associate in un’unica capsula, presentano effetti simili a quelli indotti dalle benzodiazepine (ma non sono benzodiazepine e non presentano quindi lo stesso meccanismo d’azione).

La prescrizione di benzodiazepine e di antidepressivi nel trattamento del paziente acufenico è controindicato poiché inizialmente inducono un apparente miglioramento del sintomo invalidante, ma non appena finisce l’effetto il paziente avverte l’acufene molto più amplificato.

Ciò avviene per un meccanismo di tolleranza e dipendenza indotto da questi farmaci. In particolare la forma più lieve di astinenza è il “rebound” o contraccolpo. Il rebound comprende il ritorno dei sintomi originali che si ripresentano con intensità maggiore e l’insorgere di nuovi sintomi non precedentemente avvertiti dal paziente. Il rebound è più probabile quando s’interrompono le benzodiazepine ipnotiche, specialmente quelle a breve durata d’azione, anche dopo averle usate solo per pochi giorni. Quando finisce l’effetto di questi farmaci, dunque, il paziente per ottenere un sedicente e temporaneo miglioramento del sintomo ha necessità di assumere dosi sempre più alte di benzodiazepine o antidepressivi. Tutto ciò avviene perché la serotonina ormone del buonumore), i cui livelli vengono aumentati da tali farmaci, stimola in maniera abnorme alcuni neuroni fusiformi che si trovano nella regione del cervello (il nucleo cocleare dorsale) dove ha origine la sensazione dell’acufene. Molti studi dimostrano che questi neuroni diventano ipersensibili agli stimoli e «la loro attività schizza letteralmente alle stelle».

Anche in questo caso il Centro Siciliano Acufene ha ottenuto risultati eccellenti somministrando al paziente questa nuova formulazione farmacologica, maggiormente nei casi di acufene indotti o consequenziali, a stati di stress, ansia, traumi psicologici ma anche ad alcune patologie organiche specifiche.

Come sempre è fondamentale la formulazione della diagnosi mediante esami strumentali audiologici e radiologici mirati in modo da poter prescrivere una terapia mirata, che oltre ad essere farmacologica può essere associata a terapia riabilitativa sonora. Nel caso dell’acufene pulsante il Centro Siciliano Acufene si è dimostrato, ancora una volta, capace di trovare una soluzione specifica, garantendo buoni risultati e un miglioramento della qualità di vita del paziente. Il CSA è continuamente impegnato nella ricerca scientifica in collaborazione con aziende farmaceutiche serie che hanno a cuore la terapia, sempre più innovativa, per il trattamento dell’acufene. Vi aggiorneremo costantemente riguardo gli studi scientifici e i relativi risultati.

Video Head Impulse Testing

Capogiri, vertigini, acufene? È arrivato il Video Head Impulse Test

I capogiri sono la principale motivazione che spinge le persone a rivolgersi ad uno specialista in otorinolaringoiatria. Ma le cause che si nascondono dietro a un banale giramento di testa possono essere molteplici: dalle patologie vestibolari all’ipotensione ortostatica, dagli stati d’ansia alla perdita della sensibilità alle estremità inferiori.

Identificare capogiri dovuti a patologie vestibolari non è sempre facile.

Ma la tecnologia viene incontro alla medicina. Presso lo Studio Medico Malattie Orecchio-Naso-Gola ed Allergopatie di Taormina (Vico di Via Diodoro Siculo, 3) di Randazzo (Via Soldato Emanuele, 16) e di Catania (Via Pasubio, 18 – Narcodent Deco) è arrivato l’ultimo sistema esistente in campo medico, il Video Head Impulse Test, uno strumento altamente innovativo per lo studio del sistema vestibolare e per il trattamento delle sindromi vertiginose, delle alterazioni dell’equilibro nei pazienti acufenici, dei capogiri e dell’instabilità nella marcia di origine posturologica.

Il v-HIT permette di eseguire una diagnosi precisissima ed oggettiva della causa che induce vertigine o alterazione dell’equilibrio nei pazienti che riferiscono acufene.

Questo sistema altamente innovativo, presente ad oggi in pochissimi studi e ospedali perché molto costoso, permette al medico di emettere rapidamente una diagnosi e di discernere se i problemi di equilibrio sono dovuti a patologie periferiche legati al sistema vestibolare dell’orecchio o sono di origine encefalica. La maschera fatta indossare al paziente permette la valutazione di ogni singolo canale semicircolare del sistema vestibolare, e permette la valutazione veloce del riflesso vestibolo-oculomotore (VOR) con stimoli ad alta frequenza.

Le registrazioni oculari effettuate con tale metodica sono perciò in grado di fornire prove tangibili e concrete circa la funzione dei canali semicircolari.

Il test v-HIT è in grado di fornire misure oggettive di risposta del rapporto tra la velocità dell’occhio e la velocità della testa e di mostrare il guadagno del VOR per i due sensi di rotazione. L’otorinolaringoiatra può emettere una diagnosi di certezza indicando se la causa dei problemi dell’equilibrio in pazienti affetti da vertigine o instabilità nella marcia sono di origine periferica (orecchio) o centrale (encefalo) come nel caso della sindrome vertebro-basilare.

Una sindrome caratterizzata per lo più da vertigini, nausea, vomito, e da disturbi dell’andatura, come instabilità posizionale e di marcia.

La sindrome vertebro-basilare è dovuta ad una patologia del circolo posteriore cerebrale, dato principalmente da steno-ostruzione delle arterie vertebrali, che originano dalle arterie succlavie ed attraverso i forami vertebrale cervicali si riuniscono alla base del cranio dando origine al tronco basilare e al circolo di Willis. Può essere correlata a un meccanismo tromboembolico che determina una embolia a livello del circolo vertebrale, con conseguenze neurologiche variabili, che vanno dalla ischemia transitoria alla ischemia conclamata. Il meccanismo emodinamico, che è il più frequente, instaura una diminuzione di flusso a valle della lesione, per cui si viene a stabilire il quadro clinico e di conseguenza sintomatologico della vera insufficienza vertebro-basilare (vertigini con nausea e/o vomito, instabilità posturale). Questi sintomi possono simulare la vertigine parossistica posizionale benigna, che si riabilita con delle manovre, ma da una attenta visita otorinoloringoiatrica si può scorgere un problema di origine vascolare e sottoporre il paziente ad una risonanza o angiorisonanza per una dettagliata valutazione del caso.

La diagnosi precoce diventa fondamentale perché permette un perché permette di eseguire terapie appropriate e di intervenire chirurgicamente.

Se il paziente presenta vertigine associata a nausea e vomito bisogna eseguire immediatamente il test Video Head Impulse Test per escludere eventuali patologie vestibolari e intervenire tempestivamente se il quadro clinico depone per una diagnosi ad orientamento centrale e non periferico.

Acufene ed alimentazione iperidrica ed iposodica

Acufene ed alimentazione iperidrica ed iposodica

L’acufene è la percezione di un rumore, un fischio che non è legato ad una reale sorgente esterna. Anche se le conoscenze sui meccanismi degli acufeni si sono accresciute negli ultimi anni, siamo ancora molto lontani da una visione univoca sulle cause del disturbo uditivo. È una problematica multifattoriale: l’orecchio non è l’unico responsabile bensì l’intero organismo svolge un ruolo di primaria importanza nella genesi dell’acufene. Le cause, dunque, possono essere di vario tipo: otologiche, neurologiche, farmacologiche, vascolari, articolari e muscolari. Solo in seguito a un’accurata analisi da parte dell’otorinolaringoiatra e di un team multidisciplinare (odontoiatra, tecnico audiometrista, nutrizionista, psicologo, osteopata) sarà possibile determinare la reale origine e, con essa, i rimedi ma soprattutto le cure.

Dal punto di vista nutrizionale la letteratura scientifica ha evidenziato diversi composti chimici di uso comune, presenti negli alimenti, come potenziali induttori o facilitatori di acufene.

Tra questi si annoverano: gli addolcitori utilizzati in sostituzione degli zuccheri e gli esaltatori di gusto come il glutammato monosodico (sale sodico dell’acido glutammico) ovvero un amminoacido naturale presente in quasi tutti gli alimenti (carne, pesce, prodotti caseari ed alcune verdure). Oggi, però, il glutammato monosodico utilizzato dall’industria alimentare non naturale perché viene ottenuto completamente grazie alla fermentazione controllata.

Focalizzarsi su questi costituenti alimentari è fondamentale là dove il problema dell’acufene si genera da squilibri idroelettrolitici.

Nella Sindrome di Méniére, per esempio, si ritiene vi sia un ipotetico squilibrio chimico nella matrice acquosa dell’orecchio interno con conseguente idrope, pressione eccessiva, del liquido in questione. La corretta alimentazione sarebbe in questo caso finalizzata al tentativo di ridurre l’idrope. Nei casi di acufeni neurologici dati, invece, da spasmi del muscolo stapedio e del muscolo tensore del timpano i rimedi nutrizionali vanno ricercati nell’assunzione di alcuni semplici oligoelementi quali calcio e potassio che vengono reintegrati con cibi ricchi in questi.

Nell’ acufene neurologico, dovuto ad emicrania, o nell’ acufene gravidico una dieta iposodica ed iperidrica sono fondamentali per coadiuvare le terapie farmacologiche nel ripristino della corretta circolazione sanguigna, consentendo il riequilibrarsi della pressione intrauricolare.

Cosa si intende, però, per alimentazione iperidrica ed iposodica? La locuzione iperidrica indica una alimentazione ricca d’acqua (2,5 – 3 litri al dì), che viene prescritta per facilitare l’eliminazione delle tossine legate alle cellule connettivali. Con alimentazione iposodica si indica, invece, una alimentazione povera di sodio. L’apporto di sodio attraverso l’alimentazione avviene sia per via discrezionale (con la quale si intende il sodio che è contenuto nel sale che viene utilizzato in cucina oppure a tavola) che per via non discrezionale ( in questo caso ci si riferisce al sodio presente negli alimenti sia naturalmente sia a motivo delle lavorazioni industriali). Le categorie alimentari a rischio sono: i cibi conservati sotto sale, per esempio le acciughe, o quelli con la denominazione “salato”, per esempio arachidi salate, i formaggi e i salumi (si va da 2,6 g di sodio per il prosciutto crudo agli 0,7 del prosciutto cotto), i corn flakes (i cereali per la prima colazione sono spesso molto ricchi di sale perché aumenta l’appetibilità del prodotto), le patatine, la pizza, i liofilizzati, la margarina e le salse.

La quota normale di sodio, ovvero la dose raccomandata in Italia dal Ministero della Sanità, è compresa tra i 600 e 3500 milligrammi al giorno (mg/die).

Indicazioni nutrizionali per iniziare una dieta iperidrica ed iposodica:

  1. Ridurre l’apporto totale di sodio a non più di 1750 mg/die (meno di 2g).
  2. Bere oltre 2 litri di acqua iposodica (cioè contenente non oltre 5 mg/litro di Na+) al giorno.
  3. Evitare i cibi confezionati o lavorati ad alto contenuto di sale e di sodio.
  4. Utilizzare unicamente prodotto da forno (pane, grissini, fette biscottate e biscotti) sapidi.
  5. Eliminare l’assunzione di pesce di mare, dei crostacei e dei molluschi (si può consumare unicamente il pesce d’acqua dolce).
  6. Evitare tutti i salumi, gli insaccati e i formaggi (l’unica eccezione riguarda la ricotta dolce fresca)
  7. Assumere unicamente dolci fatti in casa. Attenzione a non utilizzare lieviti contenenti bicarbonato di sodio
  8. Cucinare riso o pasta in acqua non salata;
  9. Condire con olio e spezie naturali.
  10. Evitare le seguenti verdure: carote, carciofi, sedano, spinaci, finocchi e asparagi.
Acufene approccio osteopatico

Il trattamento osteopatico per l’acufene

L’approccio osteopatico ha una considerazione globale dell’individuo e di come le alterazioni di alcune strutture possano dare origine a uno stato disfunzionale, traducendosi in sintomi di dolore e di fastidio. Considerando che l’acufene non ha un’origine unica e definita su cui intervenire in modo mirato, l’approccio globale dell’osteopatia è tra i più efficaci. Il tinnitus o acufene è una percezione sonora in assenza di stimolazione fisiologica dei recettori della coclea, definita dal paziente come “un fischio, un sibilo, un fruscio”.

Alcuni tipi di acufeni possono derivare da disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare (Atm) di tipo funzionale, che richiedono un trattamento osteopatico associato al trattamento ortodontico e gnatologico.

Una disfunzione osteopatica della mandibola può influenzare in maniera diretta o indiretta il corretto funzionamento dell’orecchio, è può essere causa o adattamento di uno squilibrio ascendente, discendente o misto delle catene muscolari. La mandibola e la lingua insieme con l’osso ioide, influenzano principalmente la catena muscolare anteriore, mentre l’osso mascellare in sinergia con le altre ossa del cranio, maggiormente la catena muscolare posteriore. Per la stretta sinergia strutturale tra il cranio, la mandibola e la colonna vertebrale e le sue connessioni con le altre parti del corpo, le disfunzioni osteopatiche funzionali in queste strutture possono generare ripercussioni anche a distanza, e potrebbero contribuire a modificare anche l’appoggio del piede.

Muovendo anche solo un componente della struttura si modifica tutto il sistema. La proposta osteopatica è mirata quindi alla valutazione e al trattamento funzionale delle strutture cranio-cervicali, agendo sulla componente muscolo-scheletrica della base della testa e dell’area cervicale.

Il legamento di Pinto collega, chiamato legamento anteriore del martello, collega l’orecchio medio alla mandibola. Questo legamento percorre la cavità dell’Atm e la cavità dell’orecchio, collegando il martello alla parte posteriore del disco. Il disco così viene forzatamente spostato in avanti, causando uno stato di continua tensione sul martello. Il cattivo funzionamento dell’orecchio può dipendere da queste tensioni legamentose, dove la membrana timpanica potrebbe essere sensibilizzata. Inoltre, anche a livello muscolare c’è un collegamento tra orecchio esterno e articolazione temporo- mandibolare tramite il muscolo pterigoideo.

Da questa breve descrizione anatomica si evince che in alcuni pazienti le problematiche dell’udito, come l’acufene, o le alterazioni dell’equilibrio, come alcuni tipi di vertigini periferiche, possono essere conseguenti a disfunzioni dell’Atm.

Esiste una certa varietà di valutazione diagnostica in merito agli acufeni, ma i test che interessano la valutazione osteopatica e gnato-posturale sono: il test alla Verticale di Barrè, l’esame al podoscopio, il test di Romberg Posturale, il test di Fukuda della marcia sul posto, l’esame baropodometrico, il test dei rotatori esterni, i test di convergenza oculare, i test craniali, l’esame stabilometrico, i test specifici dell’Atm e i test della deglutizione.

L’osteopata mediante le sue tecniche manuali, strutturali, miofasciali, viscerali e cranio-sacrali è in grado di riequilibrare tutto il sistema, ripristinando le condizioni fisiologiche del paziente.

Obiettivo dell’osteopata è quello di ripristinare la corretta fisiologia e funzione di tutti quegli elementi che sono all’origine dell’acufene mediante una serie di trattamenti che agiscono sulla componente muscolo-scheletrica della base della testa e dell’area cervicale, sulle membrane intracraniche (meningi) e sui fluidi che scorrono nell’ambito di queste strutture. In particolare il trattamento osteopatico prevede: la normalizzazione cranio-sacrali; il drenaggio del liquido cefalorachidiano; il drenaggio venoso della Dura Madre; il drenaggio dell’orecchio interno: il riequilibrio della sincondrosi sfeno-basilare; il riequilibrio del sacro; il riequilibrio generale delle ossa del cranio ed in particolare delle ossa temporali, suture e muscoli annessi; tecniche intra-buccali specifiche, tecniche specifiche osteopatiche in ambito otorinolaringoiatrico e stomatognatico; tecniche osteopatiche globale e il riequilibrio dei tre diaframmi.

Solo dopo la valutazione Osteo-gnato-posturale, viene impostato insieme con l’ortognatodontista, il piano di trattamento osteopatico.

Dopo il primo trattamento viene consegnato un protocollo di esercizi per la rieducazione dell’Atm da svolgere a casa. Nei trattamenti successivi, dopo aver rivalutato il paziente, se ritenuto opportuno si procede alla progettazione e applicazione di eventuali apparecchi ortodontici o gnatologici. Inoltre, per il raggiungimento di risultati positivi serve un monitoraggio costante del paziente con controlli periodici.

Il trattamento dei pazienti acufenici è molto complesso e richiede necessariamente un lavoro di squadra tra otorinolaringoiatra, ortognatodontista e osteopata poter raggiungere il miglior risultato terapeutico.

Relazione tra acufene e disfunzioni dell’Articolazione Temporo Mandibolare

Gli acufeni che hanno origine da disfunzioni dell’articolazione temporo mandibolare sono in una percentuale di casi variabile tra il 25% e il 65%. Questa associazione tra le due malattie è possibile per il comune sviluppo embriologico dell’orecchio medio con il sistema trigeminale della mandibola. Si sospetta un’origine da disfunzioni dell’articolazione temporo mandibolare se si osservano sintomi associati di alterazione del movimento mandibolare, rumori alle articolazioni temporo mandibolari, dolori facciali e mandibolari, otalgia e dolori cervicali.

Alcune caratteristiche dell’acufene possono far ipotizzare un ruolo patogenetico dell’articolazione temporo mandibolare e orientare di conseguenza la terapia.

Anzitutto in questi casi l’acufene è riferito prevalentemente dallo stresso lato dell’articolazione interessata. I pazienti che presentano acufeni legati all’ATM, oltre a sintomi locali che riguardano strettamente l’articolazione (asimmetrie facciali, malocclusioni dentarie, bruxismo, contratture ai muscoli masticatori) possono riferire una vasta gamma di sintomi, alcuni chiaramente non legati all’orecchio, quali mal di testa, dolori facciali, dolori cervicali, lombosciatalgia, ma anche altri di abituale pertinenza otorinolaringoiatrica: senso di ovattamento, prurito e dolore auricolare, instabilità posturale e vertigini. La presenza di sintomi apparentemente legati all’orecchio potrebbe ancora più chiaramente orientare verso un caso di acufene legato a disfunzione dell’articolazione temporo mandibolare quando l’otorinolaringoiatra ha escluso cause di sua competenza.

L’indagine nei confronti dell’articolazione temporo mandibolare deve essere approfondita specialmente nei casi in cui alla presenza dell’acufene non corrisponda una possibile causa otologica.

Le articolazioni temporo-mandibolari sono le giunzioni tra le ossa temporali del cranio e l’osso mascellare inferiore. In un soggetto sano i condili mandibolari si collocano al centro della cavità glenoide dell’osso temporale che li accoglie, in rapporto prevalente con la parete antero superiore. Fra le superfici articolari è interposto un disco detto menisco. Condilo e menisco dovrebbero muoversi in sinergia durante l’apertura della bocca. Ma si possono verificare delle condizioni di natura infiammatoria e degenerativa che vanno ad interessare le articolazioni temporo mandibolari, la muscolatura mandibolare e le strutture che con esse contraggono rapporti anatomo-funzionali.

L’origine dei disordini temporo mandibolari è multifattoriale, per sovrapposizione di malocclusione dentale, fenomeni biologici e psicologici, traumi, stili di vita predisponenti.

I disordini temporo mandibolari si possono riassumere in due categorie: disturbi muscolari (spasmi contratture, trigger point, dolori muscolari spesso associati a bruxismo e serramento) e patologie articolari che possono essere intracapsulari quando interessano l’articolazione ed extracapsulari quando colpiscono i legamenti esterni dell’ATM. Le patologie intracapsulari si distinguono in:

  • Click o incoordinazione condilo meniscale riducibile, quando il menisco dislocato in avanti viene ricatturato durante l’apertura della bocca.
  • Incoordinazione condilo meniscale irriducibile, quando il menisco dislocato in avanti non viene ricatturato.
  • Blocco temporo mandibolare, è una incoordinazione discale irriducibile che evolve in una limitazione mandibolare improvvisa associata a dolore articolare importante.
  • Artrosi temporo mandibolare, è malattia cronica degenerativa che porta all’usura e/o alla perforazione menisco articolare, all’alterazione delle superfici articolari e cartilaginee, e alla formazione di osteofiti.

Le patologie extracapsulari si distinguono in:

  • Sublussazione condilo mandibolare, quando il condilo avanza per aumentata elasticità della capsula e dei legamenti esterni, ma non supera i limiti anatomici.
  • Lussazione completa condilo mandibolare, quando il condilo avanza superando i limiti anatomici e si rende necessaria una manovra di sblocco con riposizionamento della mandibola.

Il protocollo terapeutico degli acufeni che hanno un’origine cranio-cervico-mandibolare è complesso.

Dopo la visita del paziente con una anamnesi prossima e remota si prescrive una risonanza magnetica dell’articolazione temporo mandibolare. Contemporaneamente si associano degli esercizi di terapia miofunzionale da fare a casa a dei trattamenti di osteopatia. Una volta esaminata la risonanza magnetica, se necessario, si procede alla costruzione di un dispositivo intraorale, ovvero un bite gnatologico specifico per le problematiche del singolo paziente. Questi dispositivi possono essere classificati in tre grandi categorie:

  • Bite o placca di svincolo, toglie le interferenze occlusali che possono condizionare il movimento mandibolare. Serve a deprogrammare la mandibola e viene fabbricato con una superfice liscia per non creare interferenze con l’arcata antagonista. Bite di questo tipo sono la placca di Federici e il bite di Hawley.
  • Bite o placca di riposizionamento, riposiziona la mandibola in una posizione ben definita e corretta. Questo bite ha dei piani inclinati o delle guide che consentono alla mandibola di andare nella posizione voluta dal clinico. Per fabbricarlo è indispensabile il morso di costruzione che stabilisce appunto la posizione terapeutica. Sono bite di riposizionamento la placca di Farrar e il M.O.R.A. di Gelb (Mandibular Orthopedic Repositioning Appliance).
  • Bite o placca di stabilizzazione, consolidala posizione acquisita con l’utilizzo di altri bite, protesi o trattamento ortodontico. La superfice di questi bite ha contatti ben precisi con l’antagonista che vengono modellati per realizzare un libero e stabile ingranaggio. Tra questa categoria di bite possiamo ricordare la placca di Michigan e l’ortodico di Jenkelson).

I bite gnatologici modificano i rapporti inter-occlusali e identificano la posizione terapeutica corretta fra le due arcate dentarie al fine di rimuovere il possibile conflitto articolazione mandibolare e orecchio.

Sono molte le esperienze nel campo dei disturbi cranio cervico mandibolare riportate dalla letteratura che dimostrano la potenziale efficacia deltrattamento sulla sintomatologia collaterale delle disfunzioni dell’articolazione temporo mandibolare che includono possibilità terapeutiche anche per l’acufene. Per questo è necessaria una diagnosi approfondita e un approccio multidisciplinare tra gnatologo, otorinolaringoiatra e osteopata.

Acufene: aspetti diagnostici, eziologici e terapeutici

L’acufene è un disturbo caratterizzato dalla percezione di una sensazione uditiva anomala in assenza di stimoli esterni. Un fischio, un ronzio, un sibilo localizzato in una o in entrambe le orecchie oppure al centro della testa. L’origine è molto complessa, coinvolge il sistema uditivo periferico, le vie uditive centrali e le aree cerebrali destinate all’elaborazione delle emozioni e dell’attenzione.

10 persone su 100 soffrono di acufene cronico, 2 persone su 100 lo descrivono come una tortura insopportabile con gravi conseguenze sulla qualità della vita.

L’obiettivo di tutti gli acufenici deve essere quello di imparare a convivere con questo disturbo fino ad arrivare a diminuire la percezione e ridurre l’effetto dell’acufene al di sopra della soglia di sopportazione di ciascun paziente. Nel selezionare un programma terapeutico efficace il ruolo del paziente è fondamentale per comprendere le cause che scatenano l’acufene.

L’acufene può essere il prodotto di svariate patologie anche lievi. L’orecchio svolge un ruolo importante ma tutto l’organismo può contribuire a generare e mantenere questo fastidioso disturbo.

Il paziente, dunque, deve essere valutato e visitato nella sua totalità affinché possa conoscere, in tempi rapidi, la causa del suo sintomo e il relativo percorso terapeutico da seguire per migliorare la qualità di vita. Il Centro Siciliano Acufene, che dal 2010 si occupa della diagnosi, della terapia e della riabilitazione dell’acufene, si avvale di un approccio multidisciplinare grazie alla collaborazione della Dr.ssa Cristina Vitale, ortodontista e gnatologa, del Dr. Gianluca Barca, osteopata, della Dr.ssa Milena Samperi, psicoterapeuta, del Dr. Eliseo Stefano Maini e del Dr. Fabio Morabito per la consulenza audioprotesica.

Le cause dell’acufene possono essere molteplici: otologiche, vascolari, odontoiatriche, virali, metaboliche, neoplastiche e psicologiche.

Per quanto riguarda le cause che interessano l’orecchio dobbiamo distinguere quelle che riguardano l’orecchio esterno (tappo di cerume, otite esterna e osteoma); l’orecchio medio (otite media catarrale, otite acuta, otite cronica con perforazione della membrana timpanica, otite cronica colesteatomatosa e otosclerosi) e l’orecchio interno (trauma acustico acuto e cronico, sordità idropiche fluttuanti, sindrome di Meniere, sordità improvvisa, barotraumi, presbiacusia, fratture della rocca petrosa, sordità da farmaci ototossici). Il trauma acustico è una delle cause più comuni dell’acufene. Si tratta di un’esposizione, anche se per breve tempo, a intensità sonore superiori a 95 db oppure di un’esposizione a un rumore di intensità minore ma per periodi prolungati. Il trauma acustico determina un danno irreversibile delle cellule ciliate della coclea, ma ci deve essere una predisposizione genetica perché non tutti i soggetti che accusano un trauma acustico sviluppano l’acufene.

L’acufene è spesso associato a un calo uditivo dovuto a una lesione cocleare. La perdita uditiva è un fattore predisponente, ma non genera obbligatoriamente l’acufene.

Da una ricerca condotta dall’Università di Vienna, pubblicata su Occupational and Environmental Medicine, è emerso che i ronzii sono per oltre il 70% più presenti nelle persone che utilizzano il cellulare per più dieci minuti al giorno. Dallo studio è, inoltre, emerso che l’uso del cellulare per più di quattro anni può raddoppiare la probabilità di insorgenza dell’acufene, e per 160 ore in totale può determinare un aumento del rischio del 60%. Una prima ipotesi spiegherebbe l’insorgenza dell’acufene in base alla postura che assumiamo quando parliamo al cellulare, mentre una seconda ipotesi fa riferimento alle onde radio che disturbano la coclea.

La diagnosi è fondamentale per indagare la causa che genera l’acufene e trovare una terapia efficace e adatta al singolo paziente.

Il primo passo è sottoporre il paziente ad un esame “obiettivo” di valutazione della membrana timpanica del paziente. Dopo aver ricostruito l’anamnesi del paziente si passa ad effettuare gli esami soggettivi: l’esame audiometrico liminare, che valuta l’intellegibilità verbale, e l’esame audiometrico vocale, che valuta la capacità uditiva. Si sottopone il paziente a tutti gli esami strumentali d’indagine audiologia come l’esame impedenzometrico, un esame oggettivo che studia il riflesso stapediale e rileva eventuali anomalie della catena ossiculare; il test dei potenziali evocati uditivi (ABR), un esame oggettivo che valuta la soglia uditiva e identifica la sede della lesione lungo la via uditiva nervosa; il test delle otoemissioni acustive (DPOAE), un esame oggettivo che permette di rilevare la regione della coclea anche minimamente lesionata; l’acufenometria, un test soggettivo che determina la tonalità e l’intensità dell’acufene. Successivamente si passa agli esami radiologici, non ancora inseriti nel protocollo diagnostico, in particolare la risonanza magnetica funzionale (FMRI), l’angiorisonanza, la Tac delle rocche petrose, la magnetoencefalografia, (PET).

Dopo aver visionato i vari responsi specialistici, si procede a programmare il trattamento terapeutico-riabilitativo più idoneo al paziente in osservazione.

Per trattare il paziente acufenico bisogna possedere esperienza diretta, ragionamento clinico, conoscenza dell’anatomia e della fisiologia dell’orecchio. Per questo bisogna rivolgersi a un team di specialisti esperti che progetta un percorso multidisciplinare per il trattamento e la riabilitazione del paziente acufenico. Il trattamento dell’acufene si avvale, dunque, delle terapie farmacologiche classiche con ansiolitici e antidepressivi, delle terapie farmacologiche complementari e alternative con vitamine e antiossidanti, delle terapie non convenzionali come Tens, agopuntura, ipnosi e terapie fisiche, terapie psicologiche, stimolazione magnetica transcranica, laser terapia.

La terapia più accreditata è la TRT. La terapia del suono consiste in una stimolazione acustica che determina il mascheramento totale o parziale dell’acufene e il ripristino del funzionamento delle vie nervose.

La stimolazione acustica, eseguita con l’ausilio di generatori di suoni ambientali o amplificatori protesici, sfruttando la plasticità neuronale attiva dei meccanismi di rimodellamento delle vie uditive che si traduce in allenamento e abitudine all’acufene da parte del paziente il quale ottiene un notevole miglioramento della sua qualità di vita. Quindi la TRT è una terapia di riallenamento o di riprogrammazione dei filtri cerebrali, sotto corticali, con finalità di amplificare o attenuare i segnali sonori prima di inviarli al cervello, riducendo o eliminando il fastidio dell’acufene. La TRT deve essere impostata e seguita da personale medico esperto in terapia degli acufeni e costantemente aggiornato. Le fasi che inducono l’abitudine sono il “counseling riabilitativo”, che consiste in una seduta di apprendimento dei meccanismi neurofisiologici della TRT, e la terapia del suono, che si effettua con diversi dispositivi sonori scelti caso per caso.

Concludendo l’acufene può essere trattato con terapie farmacologiche, a tal proposito esistono diversi protocolli farmacologici, trattamenti non convenzionali, uno tra tutti l’agopuntura, trattamenti chirurgici otoneurochirurgici, qualora la patologia responsabile dell’acufene lo richiedesse, trattamenti osteopatici ed ortodontici qualora la causa risiede in alterazioni dell’assetto cranio-cervico-mandibolare e trattamenti riabilitativi come la terapia del suono, e tra questi la più accreditata è la TRT.

CSA e B2Pharma insieme per la cura dell’acufene. Al via uno studio scientifico su un nucleotide

L’acufene è la percezione di una sensazione uditiva anomala in assenza di stimoli esterni. È la percezione di un sibilio, di un ronzio, di un fischio localizzato in uno o entrambi gli orecchi oppure al centro della testa o nella testa. L’origine dell’acufene è complessa, coinvolge infatti il sistema uditivo periferico, le vie uditive centrali e le aree cerebrali destinate all’elaborazione delle emozioni e dell’attenzione.

Per quest’ultimo motivo il CSA e la B2Pharma hanno intrapreso uno studio scientifico che vede come protagonista un NUCLEOTIDE.

Il CSA definito Centro Siciliano Acufene: Diagnosi, Terapia e Riabilitazione per l’Acufene si avvale della competenza professionale di molti specialisti, seri professionisti sempre aggiornati in ambito audiologico, otorinolaringoiatrico, gnatologico, osteopatico, psicoterapico, neurologico, neurochirurgico, radiologico ed internistico in genere. La sinergia tra queste diverse figure è essenziale e fondamentale poiché l’acufene spesso è dovuto a più cause.

Nel CSA il paziente che riferisce acufene oltre ad essere visitato, viene sottoposto a tutti gli esami diagnostici del caso e viene riabilitato e curato.

Consapevoli della complessità di tale disturbo e della carenza di strutture sanitarie e del personale medico indirizzato allo studio e alla cura dell’acufene, il CSA dal 2010 è impegnata a svolgere un’azione continua anche in ambito medico, sensibilizzando i medici di base e i medici specialisti che si scontrano giornalmente con il sintomo “acufene”, mediante l’organizzazione sul territorio d’incontri, convegni e congressi ECM. Da molti anni si porta avanti con successo un programma di diagnosi e trattamento medico-riabilitativo degli acufeni di tipo “integrato” che si avvale cioè di un moderno approccio multiterapeutico, senza necessità di ospedalizzare il paziente. In tale programma non è trascurato l’aspetto farmacologico e l’aspetto stimolatorio su base fisiologica dando grande spazio alle nuove e moderne tecniche di riabilitazione fisiologica “attiva” e alla ricerca scientifica per trovare e progettare terapie farmacologiche e riabilitative sempre più efficaci.

La B2PHARMA è un’azienda farmaceutica siciliana molto impegnata sul territorio, nella continua ricerca scientifica a diversi livelli e in particolare in ambito neurologico e vascolare.

L’Acufene è un sintomo invalidante che colpisce dieci persone su 100, due persone su 100 descrivono questo sintomo come una tortura insopportabile, con gravi conseguenze e una vita inaccettabile. Le cause dell’acufene possono essere svariate, tutto l’organismo può contribuire a generare questo disturbo e nel caso in cui la causa è otologica, l’intero organismo può contribuire a mantenerlo nel tempo facendolo divenire cronico.

Per tutti questi motivi, CSA e B2PHARMA hanno deciso di contribuire con la ricerca scientifica a migliorare la qualità di vita di questi pazienti, studiando gli effetti di un nucleotide, con azione neurotrofica e neuroprotettiva, nei pazienti acufenici.

I nucleotidi sono unità ripetitive degli acidi nucleici, DNA e RNA.

Sono formati da una base azotata (che può essere purinica o pirimidinica) e uno zucchero a cinque atomi di carbonio; la coppia base azotata più zucchero viene identificata come NUCLEOSIDE; nel legame di un gruppo fosfato o residuo fosforico al nucleoside si forma il NUCLEOTIDE.
Lo Studio che B2Pharma e il CSA desiderano svolgere valuterà in pazienti acufenici gli effetti di un NUCLEOTIDE che si trova nell’RNA: l’Uridina Monofosfato.

Gli acidi nucleici (DNA ed RNA) sono composti formati da molecole di grandi dimensioni e presenti nel nucleo cellulare di tutti gli organismi viventi. Rivestono fondamentale importanza biologica in quanto sono depositari dell’informazione genetica e della sua trasmissione di generazione in generazione, nonché responsabili della direzione e del controllo della sintesi delle proteine (sintesi proteica) necessarie alla vita degli organismi.
La molecola di RNA in particolare è formata da un solo filamento avvolto a elica, mentre il DNA è costituito da due filamenti di nucleotidi collegati da legami a idrogeno e avvolti in un’unica doppia spirale, nota come doppia elica.
Esistono vari tipi di RNA con varie funzioni specifiche; Le due tipologie principali di RNA sono:

  • RNA-messaggero (m-RNA) dove vengono trascritte le informazioni del DNA
  • RNA di trasporto (t-RNA) responsabile della traduzione delle informazioni dell’m-RNA nella sintesi corretta delle proteine, attraverso l’unione di amminoacidi nella giusta successione.

Le proteine sono molecole che svolgono diverse funzioni; ai fini del nostro studio è importante soffermarsi sulle proteine strutturali, quali le proteine di membrana che hanno per esempio la funzione della strutturazione della membrana cellulare, di supporto meccanico e di movimento ciliare
In particolare l’RNA (Acido Ribonucleico) aiuta ad agevolare la traslazione delle proteine verso le sinapsi neuronali motivo per il quale abbiamo deciso di intraprendere questo studio scientifico nei pazienti che riferiscono rumore all’orecchio, ronzio, sibilo, sintomo invalidante che riduce notevolmente la qualità di vità di questi pazienti.

L’uridina, il nucleotide prescelto nel nostro studio, si trova in natura in alcuni cibi tra cui broccoli, lievito, pomodori e zucchero di canna e viene anche prodotto in piccolo quantità dal fegato; se associato a lipidi e con gruppi di fosfati agisce potenziando i propri effetti.

L’Uridina monofosfato è assorbita a livello gastroenterico ed è capace di superare la barriera emato-encefalica. Dopo somministrazione orale viene generalmente assorbita dal tratto gastrointestinale e supera la barriera ematoencefalica. Evidenze di letteratura infatti dimostrano l’assorbimento e la presenza a livello centrale dell’uridina dopo somministrazione orale. Inoltre dati di letteratura dimostrano l’aumento cerebrale, a seguito di somministrazione orale di uridina monofosfato, degli intermedi del ciclo di Kennedy considerati subustrati limitanti per la produzione di fosfatidilcolina: il principale fosfatide costituente le membrane neuronali.

L’uridina monofosfato pertanto, intervenendo nel ciclo di Kennedy, induce un aumento della fosfatidilcolina che si traduce in un suo spiccato effetto neurotrofico.

Grazie a questa sua azione neurotrofica, l’uridina favorisce la formazione delle membrane neuronali e la riparazione dei nervi.
L’associazione dell’uridina con L-Acetilcarnetina e Acido Alfa-Lipoico, molecole con comprovata azione antiossidante e neuroprotettiva, mostra un forte effetto sinergico nella rigenerazione delle fibre nervose danneggiate.

Anche altri tipi di terapia, soprattutto riabilitative, si basano sulla riprogrammazione dei filtri cerebrali e sul miglioramento della trasmissione dello stimolo nervoso, ma l’uridina, insieme ad altri cofattori, in quest’ultimo caso si è mostrata molto efficace, in particolar modo, nella formazione di sinapsi e neuriti formati da membrane neuronali, influenzando quindi la plasticità sinaptica e consequenzialmente la trasmissione dello stimolo nervoso.

Vi terremo costantemente aggiornati riguardo, teorie, meccanismi fisiopatologici e risultati ottenuti da questo studio scientifico.

Il programma terapeutico nei pazienti acufenici va individualizzato per le esigenze del singolo paziente e spesso è particolarmente utile abbinare metodi diversi e supporti farmacologici efficaci nei casi vi sia una precisa indicazione. Il CSA in collaborazione con aziende farmaceutiche, in questo caso con la B2PHARMA, sono in grado di mettere a punto e personalizzare innovativi protocolli riabilitativi rivolti a modificare attivamente la “reazione” del soggetto alla presenza dell’acufene e a ridurre l’intensità del disturbo aumentandone la tollerabilità.